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L_Antonio
“When does Mr. D’Alema come?”


Gli Ultimi


8 febbraio 2010

Minacce

 

È una minaccia? Parrebbe di si. E visto lo stato in cui versa la Juve, si tratterebbe di un colpo assolutamente fatale. Fatto sta che Veltroni si è proposto come Presidente della Juventus, nel caso dovesse cambiare mestiere e lasciare la politica (ma quando mai). Ora, è notorio che l_antonio è romanista. E che, in virtù di questa appartenenza, vedrebbe di buon grado l’avvicendarsi di Veltroni a Blanc con esiti presumibilmente ancor più incresciosi degli attuali. Eppure, per una sorta di vicinanza umana e sportiva, ci auguriamo davvero che ciò non possa mai accadere. Dopo l’Unità, il Partito (sia DS sia PD) e il Comune di Roma, non vorremmo che toccasse a una squadra di grande lignaggio come la Juve la medesima sorte. Ridotta a loft, o a supporto di film in videocassetta, oppure a una specie di grande Festa del Cinema Bianconero. Non farebbe bene al calcio, e non solo alla salute della squadra di Del Piero. Ti esortiamo, Walter, lascia andare. Va a finire che Kennedy non era nemmeno tifoso di calcio. Dai retta.

Nella foto, Roberto Anzolin


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5 febbraio 2010

Omeopatie

 

Goffredo Bettini, oggi sul Riformista, ha avviato la propria personale battaglia contro il populismo in termini, per così dire, squisitamente omeopatici. Il succo dell’intervento è, difatti, uno spasmodico appello al popolo: “di un popolo in campo si sente terribilmente la mancanza; di un popolo che, in tante occasioni, ha dimostrato più saggezza dei suoi capi” e che deve essere chiamato a svolgere un ruolo da “protagonista”. Bettini usa la locuzione “il nostro popolo” in più di un’occasione, e non lesina l’utilizzazione del termine “nuovo”: nuovo campo, nuovo soggetto politico, nuovo cantiere. Quasi si volesse rispondere a una presunta provvisorietà della politica democratica, con un aggravio della provvisorietà stessa. In un continuo rimando a tempi futuri, ai tempi invocati dalla novitas. Di converso, in tutto il pezzo non compare mai la parola “partito” e due sole volte il termine “istituzioni” , ma lo si fa in una formula tipica, quella della difesa delle “istituzioni democratiche”, che vuol dire tutto e niente in termini concreti, oppure invocando un rapporto diretto, senza mediazioni tra “cittadini e istituzioni” (cioè senza i partiti?).

Il lessico, si sa, tradisce i contenuti più di tanti concettismi involuti. Chiedere di battere il populismo inneggiando al popolo salvifico è indicativo. Parlare di nuovi soggetti democratici, senza definirli mai esplicitamente “partiti”, ma restando nell’alveo di generiche affermazioni, è preoccupante. Parlare di politica in termini così “molli”, dimenticando le molteplici nervature che la reggono strutturalmente (a cominciare dai circoli territoriali sino al vertice della Presidenza della Repubblica), è come raccontare solo una parte della questione. Anzi, i limiti, i confini, le strutture, le differenze sembrano tutte concepite come vecchiumi, conventicole, steccati, false appartenenze, ideologismi, cose nefaste insomma, da abbattere al più presto per liberare finalmente le energie del popolo, anzi del “nostro” popolo.

Lo dico sin da ora: se si riaprono i “cantieri” e riparte il dibattito come se, nel frattempo, avessimo scherzato, vorrà dire che questa non è più una cosa seria. La politica si fa con la politica, perché gli avversari non aspettano che si compiano le tue circonvoluzioni mentali. La politica è un fatto, prima ancora che un confronto tra dottori e dottorandi. I cantieri infiniti appartengono ai miei incubi. Se si deve parlare lo si faccia comunque lavorando a ciò per cui siamo stati chiamati in Parlamento, negli Enti Locali, tra i cittadini. Infine: la politica non è una “grande narrazione” di campi ed energie, ma una passione intelligente, che chiede di studiare e lavorare sui problemi responsabilmente, per risponde alle esigenze dei cittadini. Altro che popolo.


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4 febbraio 2010

Vocazione minoritaria

È davvero curioso. È davvero curioso questo atteggiamento contrastante, direi persino schizofrenico della minoranza del PD. Da una parte, si fa un gran vociare contro la presunta e ragionieristica staticità della politica delle alleanze che Bersani starebbe perseguendo, invocando la magica medicina della “vocazione maggioritaria”. Dall’altra, si crea una corrente organizzata (cioè una frazione) e poi la si mette persino in crisi, frazionandola a sua volta, come potrebbe accadere nei prossimi giorni tra franceschiniani e veltroniani.

Potrebbe anche darsi che la vocazione maggioritaria funzioni bene da posizioni minoritarie, come una specie di sfida globale al mondo, o come lo slancio di novelli outsiders che tentino la sorte. Perché no. E potrebbe anche darsi che io non capisca la raffinatezza e la complessità di questi comportamenti maggioritari "ma-anche" ultrafrazionistici, solo apparentemente contrastanti. Fatto sta, che la contraddizione resta: maggioritari verso l’esterno, minoritari all’interno del partito. Con il sospetto, fortissimo, che prevalga proprio il carattere minoritario. Lo spirito frazionistico. Lo slancio astrattamente leaderistico. L’orgogliosa solitudine dei numeri primi, anzi unici. La puzza sotto il naso. Altro che.


3 febbraio 2010

Il Politico

 

Mi capitano ogni tanto sottomano i due quotidiani del PD di Area Democratica, Europa e l’Unità. Sono letture interessanti, che offrono spesso notevoli spunti di discussione.

Prendiamo Europa di ieri. Ospitava un pezzo intitolato “La rivincita del candidato forte”, dove si intendeva dimostrare come vi sia nel Paese (o in talune parti di esso) un ritorno di “vocazione maggioritaria”, che avrebbe premiato in certe Regioni alcuni candidati non-PD (come Vendola e Bonino). Conseguentemente, la stagione delle alleanze, delle coalizioni e della tattica sarebbe già finita, durata appena lo spazio di un mattino. Qual è l’utilità di questo articolo? Nel fatto che avvicina in modo spericolato (e istruttivo) due concetti: “vocazione maggioritaria”, appunto, e “candidato forte” (“fors’anche populista” si ammette nell’articolo), peraltro con una malcelata soddisfazione. Così, non so se sia vero che si stia assistendo al ritorno della vocazione maggioritaria. Quel che appare certo è il legame forte, anche solo parziale, tra la vecchia favola veltroniana e il populismo. Sino a ritenere che quel tipo di vocazione dava di fatto la stura ai candidati forti, alla piazza, al popolo, allo strapotere dei media, ai leader (fors’anche populisti).

Veniamo invece all’Unità di oggi. Occhiello di prima pagina: “Reichlin. […] Cosa aspettiamo a costruire un nuovo rapporto con il popolo?”. Penso subito: “Pure Reichlin è passato alla vocazione maggioritario-populista!?!”. Poi vado a pagina 18 e leggo la chiusa dell’intervento: “Cosa aspettiamo a costruire un rapporto nuovo, non passivo tra masse e potere, tra politica e popolo? Il populismo di Berlusconi dovrebbe aver insegnato qualcosa”. La preoccupazione personale cessa immediatamente. Altro che “evocare il popolo”, qui Reichlin dice che dobbiamo costruire un nuovo rapporto tra LA POLITICA e il popolo, tra le ISTITUZIONI e il popolo, tra i PARTITI e il popolo e non tra un SINGOLO “candidato forte”, magari emergente dalla palude massmediale, e un cosmo confuso di teleutenti elettorali. Serve un rapporto nuovo tra masse non più passive, dice ancora Reichlin, e il POTERE: ossia istituzioni, partiti, palazzi. Rompendo, in tal modo, il circolo del potere-potere che si nasconde dietro il velo di Maya della comunicazione, che fa le sue scelte fuori da occhi indiscreti e che mette mano alle risorse pubbliche nella stupita indifferenza. Impariamo dal populismo berlusconiano, dice Reichlin, ma non per scimmiottarlo. Serve in realtà la spinta opposta, serve recuperare la categoria del potere nella sua complessità e nel suo rapporto con i cittadini.

Così come serve tornare ad assumere il significato vero della categoria del “Politico”, che contiene, “da una parte il livello oggettivo delle istituzioni di potere; dall’altra il ceto politico, cioè l’attività soggettiva del fare politica”, ossia “lo stato più la classe politica” (Mario Tronti, 1972). Il populista, il “vocato maggioritariamente” ritiene che il politico si riduca (in toto o quasi) solo a un corno della questione, ossia all’attività soggettiva, ai leader, al ceto, alle sue relazioni, ai suoi scambi e al suo sistema di reciproche convenienze. E che le istituzioni, i partiti, i sistemi di alleanze siano nulla, un impiccio, un puro sistema di relazioni interpersonali, comunque una cosa poco spendibile. Detto più sinteticamente: la classe politica è tutto (compresi i media che ne amplificano le parole e i sound bite) e lo Stato ben poco o nulla. Ma vi pare possibile chiamare ancora politica, questa cosa che dimentica lo Stato e conosce solo le leggi della TV e delle relazioni personali?


1 febbraio 2010

Vicolo corto

 

Un rilievo almeno va fatto all’editoriale di ieri di Eugenio Scalfari. Il fondatore di Repubblica parla delle elezioni pugliesi al solo scopo apparente di proferire un giudizio durissimo nei confronti della segreteria nazionale del PD e del punching ball D’Alema. Scrive Scalfari che l’errore principale commesso da Bersani e da D’Alema “è stato quello di schierarsi e fare campagna in favore di uno dei due candidati alle primarie impegnando così sulla sua vittoria o sconfitta la segreteria nazionale del partito”. Secondo lui, in realtà, “è regola che il gruppo dirigente non si schieri con un candidato contro l’altro. Dovrebbe restare rigorosamente neutrale”. Ciò ha, invece, prodotto “una botta alla loro credibilità” [di D’Alema e Bersani]. I quali sarebbero stati colpevoli di un “ondivago comportamento” che avrebbe “incoraggiato una sorta di ribellismo locale”.

Ho l’impressione che Scalfari dimentichi un aspetto rilevante della questione. Ossia che Vendola NON era il candidato del PD (per decisione unanime della direzione regionale - franceschiniani compresi -, che ha indicato invece Boccia). E che ciò legittimava la campagna di Bersani e D’Alema per un candidato (Boccia, appunto) e non per un altro (Vendola, of course). A mio parere, lo schierarsi della segreteria nazionale e di D’Alema è parso invece un elemento di chiarezza, altro che. La politica è fatta di schieramenti, nel senso di prese di posizione, sino a che non avvenga la decisione ultima. Guai se si attendesse l’esito del voto da una posizione falsamente neutrale, per poi cavalcare il qualsiasi cavallo risultato infine vittorioso. Questo sarebbe davvero disdicevole.

Mi chiedo, ciò detto, quale possa essere stata la posizione “ondivaga” di D’Alema e Bersani, come sostiene Scalfari. Abbiamo detto ora che i due si sono schierati apertamente, senza remore, accettando persino l’esito certo di una sconfitta. Dunque? "Ondivaga" forse nell’essere pro o contro le primarie? D’Alema ha detto che sin dai primi di gennaio aveva informato Boccia (via sms) che le primarie erano l'unica soluzione ed erano inevitabili. Dunque? Di chi è la responsabilità del cosiddetto “ribellismo locale”? Del presunto ondivago (che in realtà si è apertamente schierato) o di chi si è “ribellato” (secondo il lessico di Scalfari) e ha lanciato la propria candidatura come se qualcuno volesse tarpargli le ali e togliergli agibilità (Vendola)? “Impegnarsi”, per usare un termine di Scalfari, in politica è tutto. Vuol dire schierarsi e assumersene la responsabilità. Si può perdere e si può vincere. Ma la sconfitta più grande è quella di restare neutrali. Supportando l'uno "ma-anche" l'altro dei contendenti.

Il punto è un altro. Il punto è che si stanno confrontando due concezioni opposte della politica, nel PD e fuori di esso. E che Scalfari propenda per una delle due in particolare. L’una mollemente comunicativa, per la quale la mediazione è nulla e la contraddizione è riducibile al “ma-anche”, in una sorta di (falso) “volemose bene”; l’altra solidamente istituzionale, per la quale il confronto, il progetto, la mediazione sono elementi essenziali e irrinunciabili per la qualità stessa del risultato finale. A voi l’onore di apporre adesso, sull’una o sull’altra, le etichette che oggi sono più in voga: a) “Veltroni”, b) “D’Alema”. Avete il 50% delle possibilità di indovinare. Naturalmente chi risponde “ma-anche” perde un giro e ritorna a "Vicolo Corto".


29 gennaio 2010

Il cantante

Quando D’Alema diceva che il PD era un amalgama malriuscito, faceva un torto, secondo molti, alla generosità di Veltroni e di chi si batteva dal timone del Lingotto per far nascere il partito dei riformisti italiani. D’Alema aveva ragione ieri, e avrebbe ragione oggi se ripetesse quel giudizio. Fu attaccato senza tregua dai vari giorgi tonini di turno, e gliene dissero di tutti i colori. Oggi i veltroniani, passati dall’altra parte della barricata (perché tale è), non si fanno pregare a dare per morto il PD stesso e riaprire domani un’altra scatola vuota e colmarla di chissà che. Vassallo, Tonini, Veltroni stesso preparano la dipartita (del PD e dal PD). Chiamparino, a sua volta, riapre le danze sul nuovo Ulivo: "Sergio, la targhetta!".

A me pare evidente: il veltronismo (con il suo leaderismo mediatico-emotivo) uccide i partiti. Li scioglie in un brodo chiamato comunicazione-politica, nel rapporto diretto (empatico) con il presunto “popolo” democratico. È attento alle pulsioni istintuali ben più che alle strategie razionali. Se a ciò si somma l’uso maldestro e talvolta strumentale delle primarie, il disegno è completo. Matteo Renzi, per fare un nome qualsiasi, è un possibile vate, un cantante di questo disastro. In un’intervista del 27 gennaio scorso alla Stampa, ha sparato bordate che non vi dico sul PD (e sull’attuale gruppo dirigente), con affermazioni perentorie: “Siamo lontani, astratti, autoreferenziali, non parliamo alla pancia e nemmeno al cuore della gente”. In Puglia “non si è capito che il popolo democratico del PD preferiva nettamente Vendola”. “I dirigenti del PD devono capire quali sono gli umori del popolo, devono ascoltarlo e farlo decidere”. FARLO DECIDERE, dice Renzi. Populismo di sinistra e nulla più, saremmo propensi a pensare.

Se non che, per capire meglio il personaggio, bisogna non deprimersi e continuare la lettura dell’intervista alla Stampa. A proposito del suo lavoro di Sindaco, per contraddire l’accusa di essere stato un “candidato tutto chiacchiere e distintivo”, insomma una figurina da primarie, uno spregiudicato comunicatore, Renzi si inalbera e ribatte: “In questi primi mesi di mandato abbiamo messo la parola fine a questioni di cui si ‘chiacchierava’ da anni… Qui più che di fare chiacchiere mi accusano dell’eccesso di decisionismo”, dice quasi orgoglioso. ECCESSO DI DECISIONISMO, sottolinea. Ma Renzi non era quello della parola al popolo, quello per il quale bisogna FAR DECIDERE il popolo? Una contraddizione? Macché, i nostri populisti demo-sinitri sono un po’ così: vanno verso il popolo, lo coccolano, lo evocano, vedono gli stessi programmi tv, ma alla fine decidono loro. Anche Veltroni, fa i suoi bagni di folla, ma guai a dire una cosa che lui non pensa. Simpatizzano per Vendola, ad esempio, ma poi vogliono lo sbarramento del 4% per fare secchi quelli di Sinistra e Libertà in nome del voto utile. Insomma, il solito minestrone in salsa buonistico-massmediale, subito contraddetto. Anche se, dobbiamo ammettere, TUTTI I POPULISTI, non solo i nostri, evocano sempre il popolo, ma guai a farne l’asse portante di una democrazia vera, sorretta da una rete di istituzioni forti e funzionanti (anche perché messe a punto e riformate). Al massimo vanno in TV ai talk show, o scrivono su facebook dei post che citano Mourinho (il calcio, si sa, è popolare). Mah. Sapete che vi dico? Io, il povero Renzi lo farei Presidente Onorario della Fondazione di Veltroni, pensate un po’.


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permalink | inviato da L_Antonio il 29/1/2010 alle 10:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


28 gennaio 2010

Lo Spirito del Tempo

 

Un paio di sere fa, Giorgio mi raccontava la sua sensazione (“più che una sensazione”, diceva), secondo la quale esistono almeno due PD, distanti tra loro e per certi aspetti inconciliabili. Non si tratta di una “frattura” prodotta dalle vecchie appartenenze: la questione non è affatto il rapporto tra ex-DS ed ex-Margherita. Anche dire "Veltroni contro D’Alema" non è sufficiente. Questi due nomi sono piuttosto etichette che si “appiccicano” alle due componenti in cui il PD si spartisce. Schematicamente: di qua il partito-comitato elettorale, di là il partito solido e organizzato. Sono anche due culture a confronto: quella comunicativa, leaderistica, americana, liquida, da una parte; quella solida, organizzata, istituzionale, dall’altra. Con un possibile esito mediatico-populistico di sinistra, per la prima; e l’attenzione fortissima per i partiti, le mediazioni, le istituzioni rappresentative, le alleanze, per la seconda. Tutto bene se si assistesse a una dialettica interna vivace e produttiva. Ma non è così. In realtà, si tratta di un dialogo mancato, forse impossibile. La formula esatta potrebbe essere: “divergenze parallele”.

La difficoltà vera è che questa frattura non sembra nemmeno una questione di singole volontà personali. Si tratta davvero di una falda culturale, profonda, che segna l’intero sviluppo della società. Che sia così, lo si vede anche ragionando sulle griglie elettorali, come abbiamo fatto nel post precedente. Ormai è evidente che il comportamento degli elettori verso i candidati Presidenti o Sindaci è difforme da quello parallelamente rivolto ai partiti e agli schieramenti, c’è scarsa specularità. I consensi dei primi non combaciano con la distribuzione dei consensi verso i secondi. Sembra avanzare una cultura leadersitica (populistica?), che difetta di interesse verso i partiti, gli schieramenti e le istituzioni rappresentative (un intralcio?), e che sceglie di semplificare il confronto mettendo semplicemente in campo dei candidati, i loro comitati elettorali, un suggestivo e lusinghiero impatto mediatico. Punto. Il resto si vedrà. Una cultura che si diffonde e che segna la qualità della nostra politica, ormai del tutto o quasi giocata all’interno dei sound bite, delle headlines elettorali e dei media. Una cultura che tocca la sensibilità degli elettori e la “curva” verso gli uomini in competizione elettorale, piuttosto che verso la complessità dei punti di programma posti sul tavolo.

La “falda” che taglia il PD è, dunque, solo un riflesso del crepaccio che spacca in due la società, l’opinione pubblica e l’intero corpo elettorale. L’etichetta “Veltroni” serve a dire che si sta cavalcando l’onda leaderistica, che contano più il “movimento” spontaneo e lo “sparigliamento” politico. L’etichetta “D’Alema” indica, invece, una scrupolosa e ossessiva attenzione per le regole della politica, i suoi partiti, le istituzioni rappresentative, le alleanze. Evidentemente lo “spirito del tempo” soffia a favore della liquidità veltroniana. Ma chi fa politica non deve essere un cieco e pigro interprete del presunto destino. Perché alla fine si rischia di essere ingenue vittime della fatalità. Si tratta, al contrario, di mettere in campo passione, intelligenza e volontà, scommettendo sul cambiamento e andando (intelligentemente, realisticamente) in controtendenza, ove fosse necessario, rispetto alla chiacchiera quotidiana. Ieri Paolo Franchi sul Corsera scriveva una cosa illuminante su Bersani e il PD: “Forse un partito Bersani riuscirà a costruirlo, ma il tragitto è lungo e insidioso. C’è da andare contro addirittura allo spirito del tempo”. Ecco, quando serve, bisogna andare contro. Il fatalismo non è modernità politica, anzi.


26 gennaio 2010

Griglie



Bonino uguale a Vendola? Non esattamente. Il governatore pugliese ha sconfitto alle primarie il candidato PD, mentre la Bonino si è proposta nel vuoto desertico dei democratici laziali. Non è di poco conto. Boccia era portatore di una indicazione di prospettiva, di una linea politica solida: l’alleanza al centro come asse strategico portante. Ed era stato indicato all’unanimità dalla direzione regionale. La vittoria di Vendola è avvenuta massicciamente contro questa proposta. Sconfiggendola, almeno localmente. Dirò di più: Vendola simboleggia un’alternativa generale, populista di sinistra, alla linea politico di tipo istituzionale e riformista promossa da Bersani. Nichi ne sia consapevole e ne tenga responsabilmente conto, prima di invocare (ora) l’UDC, D’Alema e un nuovo centrosinistra.

Detto ciò, il sondaggio Crespi Ricerche sul confronto Bonino-Polverini dice due cose interessanti. La prima, che la Bonino è in vantaggio di 3,5 punti sulla rivale, al netto del 20% di indecisi. La seconda, che il PDL sarebbe il primo partito col 42,5%, mentre il PD incasserebbe un 27%. Dati clamorosi, perché indicano il potenziale di spinta della candidata del centrosinistra rispetto ai partiti del suo schieramento. E, per converso, l’attuale debolezza della Polverini, che ottiene meno consensi del suo singolo partito. Già. Vediamo cosa accadrà nelle prossime settimane.

Un dato emerge senz’altro. La griglia dei consensi delle due candidate non coincide affatto con la sottostante griglia dei partiti. Ed è un fenomeno che non riguarda solo il centrosinistra, ma è di portata generale, checché ne dicano i soliti analisti con la puzza sotto il naso. Il sistema all’americana, col leader che sventola come una bandiera, mentre i partiti razzolano nel sottobosco (e le istituzioni si sgonfiano pian piano sotto i colpi dei media e del populista di turno), miete vittime da tutte le parti, compreso il partito del premier. Ma Berlusconi ne trae più vantaggi che impicci. Ovviamente.


25 gennaio 2010

Populisti

 

Odio l’affermazione “il popolo di…”. La si utilizza un po’ per tutto: il popolo delle libertà, il popolo del PD, il popolo comunista, il popolo delle primarie, il popolo nerazzurro, il popolo della rete, quello di Nichi, quello del Lingotto, ecc. Questa insistenza sul concetto di “popolo” è sospetta e fastidiosa. E non lo dico con la puzza sotto il naso: sono un borgataro che vive da 50 anni in borgata, immaginate un po'. Lo dico con una certa preoccupazione. Non solo perché la categoria di “popolo” è vaga e indeterminata, e poco si presta a capire. Ma, soprattutto, perché è semplificatoria, riduttiva e tende a rendere “molliccia”, “flaccida” e dunque inefficace e inutile l'intera filiera politica.

Che fine fanno le istituzioni, per dire, quando ci si appella al popolo e il popolo diventa magmatico protagonista (o comparsa) sul proscenio del leder?
E che fine fanno le singole categorie (classi?) sociali, quando vengono immerse in questo brodo di cultura e ne escono fradice come il pan bagnato? La risposta è facile: le istituzioni (dal Parlamento ai partiti) diventano “apparati”, i funzionari pubblici diventano “burocrati”, la politica una “casta”, la classe dirigente una “nomenclatura”, le classi scompaiono come roba vecchia, eredità del Novecento secolo buio. Restano in campo due soli “funtivi” (direbbe Hjelmslev): da una parte, il popolo (sano per definizione – taluni lo chiamano più modernamente “società civile”) e, dall’altra, il capo. La cultura politico-istituzionale sbiadisce sino a rappresentare il peggio del peggio. Lo schema si irradia al punto da sovrastare tutto, divenendo apolitico e apartitico. Funziona per Berlusconi e funziona per il Vendola “solo contro tutti” in Puglia. A questo schema populista classico, basta aggiungere l’uso moderno e spregiudicato dei media e della comunicazione-politica, perché il quadro sia davvero completo e aggiornato. Populismo mediatico: Berlusconi, che delle istituzioni farebbe volentieri straccetti, se la Costituzione non glielo impedisse, ringrazia sentitamente.

Si tratta, in fondo, dello stesso schema di “Repubblica”, che titola oggi: “Nichi e il suo popolo lontani dalla nomenclatura”. È il primo caso, davvero paradossale, di un giornale di cultura laica, azionista, repubblicana, istituzionale che abbraccia pian piano la più schematica e asciutta cultura populista. Il popolo, da un lato, il leader dall’altro. Punto. Il paradosso è nel conclamato antiberlusconismo del giornale scalfariano, che si oppone a uno schema (quello del regime, della dittatura mediatica), per proporne in fondo uno simile, che fa il paio col primo (quello del leader che scavalca ogni “apparato” per gettarsi lui stesso nella braccia del popolo “delle primarie”). Ma, ormai, chi ci bada più a queste cose. Roba da “intellighenzia”.

Ora che Vendola ha stravinto le primarie, deve aver presente tre cose: 1) lo slogan “solo contro tutti” lo può buttare nel secchio; 2) le primarie è come fare le formazioni nello spogliatoio: la partita vera comincia dopo; 3) Gli “apparati”, i “burocrati”, la “nomenclatura” ora gli serviranno davvero. D’Alema compreso. Il quale come al solito si metterà a disposizione. Ma tutto ciò si chiama sputare nel piatto in cui si mangia.


21 gennaio 2010

Solo

 

Che cosa distingue un leader nazionale da un piccolo leader locale? Secondo D’Alema, la capacità di fare un passo indietro dinanzi al passaggio di fase e al crescere degli eventi, non per togliersi di mezzo, ma al contrario che farne parte e contribuire al loro positivo sviluppo. D’Alema esemplifica personalmente questa teoria. È uno dei politici, checché se ne dica, che ha fatto più passi indietro nella sua vita e che più si è tolto di mezzo, anche dinanzi a sogli importanti: la Presidenza della Repubblica o della Camera, l’incarico di Mr. Pesc. Il grande leader, in particolari momenti, fa il gambero. Va indietro per andare avanti. Perché vada avanti anche tutto il resto.

Immaginate se Vendola avesse svolto questo ruolo, invece di capitanare la propria task force locale in una lotta epocale del bene contro il male. Oggi la situazione sarebbe diversa. Eppure viene dal PCI, una scuola dove questo atteggiamento politico-politico era parte dell’abecedario di partito. Il grande leader è a disposizione, non si colloca mai sul piedistallo. Berlinguer, con la sua leadership austera, ne fu l’esempio. Bersani, con il suo tono sobrio, persino un po’ scanzonato, ne è l’epigono attuale. E allora, che cosa determina queste singolari evoluzioni, queste “svolte” concettuali, nel comportamento di dirigenti politici nazionali o capi di partito come Vendola? Che cosa spinge a scegliere le battaglie personali, solitarie, mediali, così distanti da un certo modo di concepire la politica, di cui pure lo stesso Vendola parla in continuazione (peraltro, lo slogan elettorale di Vendola è: "SOLO contro tutti")? Io penso si tratti del peso fortissimo dei media sulle competizioni elettorali e sulla politica in sé; e poi, dell’astratto e formale leaderismo che le elezioni dirette inoculano nei sistemi politici. Vendola è solo una delle tante vittime nobili di questa tenaglia.

C’è chi dice che questa è la modernità. Che la politica oggi è, irreversibilmente, leader + tv + sound bite + programmi elettorali sempre più spiaccicati tra loro, sino a essere indistinguibili. Involucro invece di contenuto. Osservo soltanto due cose. Uno, non esiste alcuna cosa irreversibile, tanto più se la politica è politica davvero. Due, se una forza politica è riformista e intende davvero rimediare progressivamente a ingiustizie e iniquità, non deve accettare questo scenario di presunta “modernità” come un destino inesplicabile. Il conformismo in politica è mancanza di intelligenza. Ci si dimentica che la politica è fatta per unire, per cogliere e giudicare rapporti e relazioni, per pensare e praticare il generale, in vista di un cambiamento possibile e realistico. E che le istituzioni democratiche sono il perno di questo movimento. Lo scopo è battere lealmente l’avversario politico, non contare sulla propria affermazione personale. Come dice D’Alema alla Stampa: “Non è da soli che si vincono le elezioni: da soli si perdono”.

(Nella foto: Nicky Solo)

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