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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


22 settembre 2015

Tecnica e sinistra

Partiamo dalla sconfitta della sinistra, in Italia e in Europa. Nella speranza di coglierne le svariate ragioni. A me interessa soprattutto la sconfitta culturale, ideologica, che fra tutte è la peggiore perché mina le prospettive, chiude il quadro. La cultura fa epoca, l’ideologia è la cornice di ogni progetto. Non è vero, dunque, che siano finite le ideologie: senza di esse non esisterebbe progetto e non saremmo in grado di presentare e ‘anticipare’ alcunché, cercando attorno a queste scelte il consenso. Diciamo che nel deserto delle ideologie, nel velo funebre che sembra aver bruciato ogni competizione culturale, una in particolare sembra sopravvivere, anzi trionfare su tutte le altre, ed è la tecnica. Non confondiamola con le tecnologie, che sono solo la base materiale e produttiva su cui la tecnica stessa ha posto radici e si è insediata. Un I-phone, in sé, non sposta nulla a favore di nulla. Così la rete. Ma entrambi sono il fondamento di una grande e massiccia operazione culturale, per la quale tutto ciò che è ‘politica’ (dibattito pubblico, partecipazione, rappresentanza, opinione pubblica, in breve democrazia) è superato e deve essere rigettato. In nome di un agire pragmatico, risolutore, orientato ad affrontare i problemi con ‘competenza’ e abilità, innescando la ricerca della soluzione possibile, l’unica tecnicamente efficace, quella che fa davvero quadrare il cerchio, non altre. La democrazia, le istituzioni rappresentative, diventano perciò zavorre che affondano sotto il peso di opinioni discordi, capziose, formalistiche, che rallentano l’iter, appesantiscono le procedure, producono ‘burocrazia’, lentezza, la famosa ‘palude’. La tecnica esalta invece quello ‘bravo’, il tecnico appunto, quello fuori dalle ‘parti’, il non partigiano capace di scovare la soluzione senza essere ‘condizionato’ dalla politica. La tecnica ne esalta la ‘obiettività’, il possesso pieno dei mezzi ‘risolutori’ contro la sciocca insipienza della politica. Il tecnico non si perde nei vicoli della democrazia e della ‘politica’, ma segue gagliardo la main street e punta a conseguire con risolutezza l’obiettivo, proprio perché non appare zavorrato dalla partigianeria e dall’essere di parte. La tecnica, questa ideologia, è perciò la vera nemica della politica e, quindi, della sinistra che promuove, invece, partecipazione democratica e concerto delle opinioni.

La tecnica è finanza, comunicazione, dispositivi. È la promozione degli apparati invece che degli uomini in carne e ossa. È la riduzione a ‘numeri’ della vita umana. È l’idea che le cose (merci, beni, oggetti tecnologici) siano più importanti delle persone. È il vero riflesso culturale della prassi neoliberista, e riassume in sé a pieno quella ideologia, la completa, la fa culminare, la rende perfetta. Se l’ideologia liberista, la sua narrazione, racconta un mondo di donne e uomini sottoposte crudamente agli appetiti dell’economia, la tecnica appare, invece, con un volto più umano, perché nasconde lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e ‘narra’ la sola patina di efficienza, i soli apparati, i dispositivi, gli oggetti tecnologici più avanzati. Antepone la lucentezza delle cose alla sofferenza dell’umano, e diviene accettabile così anche per gli ’ultimi’, anzi soprattutto per loro, per chi ne resta di più ‘incantato’. Immaginiamo la potenza della comunicazione, il suo proporsi come dispositivo risolutore ben più di una lunga discussione, di una faticosa mediazione, di un dibattito, di uno sforzo partecipativo. Ecco questa ‘sirena’ ha conquistato il ceto politico, sinistra compresa, che motiva ormai le sue scelte anteponendo i congegni comunicativi alle libere opinioni, il miracolo di una narrazione efficace alle faticose traversate nel deserto. La tecnica s’è mangiata la politica, se l’è divorata. Anzi: la ‘logica’ della tecnica (e dunque della comunicazione) ha preso possesso della logica politica, si è sostituita a essa. E a resistere a questa chiamata si fa sempre più fatica. È come se un’intera umanità (grosso modo quella a cui guarda la sinistra dal punto di vista degli  ‘ultimi’) fosse prigioniera di congegni e dispositivi, come se i numerini della finanza e dell’economia avessero scalzato del tutto il pathos della lotta politica. Piccola politica, al massimo, quella che sale al proscenio. Cifre, percentuali, linee di tendenza, digitalizzazioni, tabelle, scansioni: la politica oggi ‘narra’ storie di marca pubblicitaria ma sottintende il peso e il vaglio di una miriade di dati che affluiscono nei display di chi tira le fila. Non sono i ‘numeri’ il problema, né i congegni, né la tecnologia materiale, ma il potere che hanno e l’ideologia che li esalta, ovviamente.

Quando si dice che Renzi (e prima di lui Berlusconi) ‘sanno comunicare bene’, è come se si dicesse che hanno venduto la loro anima alla tecnica e alla comunicazione, affidando il loro destino politico a questi congegni e ai comunicatori che li manovrano. È ovvio che la politica è sin dalle origini linguaggio, espressione, tecnologie di comunicazione, agonismo legato a dialoghi e dibattiti. Ma qui siamo ancora alla strumentalità del mezzo. Oggi i comunicatori si siedono al tavolo con dirigenti e candidati politici, fissano i paletti, suggeriscono la linea da seguire, spiegano che la distinzione destra-sinistra (per la tecnica) non esiste più, si tratta al massimo di ‘posizionamento’ sul mercato, come per i vecchi formaggini o per le lavatrici. Certo, gli uomini politici accorti, che ancora tengono alla loro autonomia, ribattono a queste pretese anche per questioni di dignità, se la parola ha ancora un senso. Ma nella massima parte dei casi, ci si affida alle agenzie (oppure, in altri campi, al esperto di marketing, di finanza o al sondaggista). E le agenzie svariano da un fronte politico all’altro, veri e propri intellettuali ‘disorganici’ del neoliberismo trionfante. Senza appartenenza alcuna se non quella al fronte egemone. La ‘logica’ tecnica trionfa: la politica ha ceduto autonomia, si è posta alle dipendenze di questi agenti dello status quo, di questi nuovi chierici. I quali nemmeno hanno necessità di ‘schierarsi’, basta loro seguire i protocolli tecnici e le regole del mestiere per assumere il controllo della situazione dinanzi a una classe politica delegittimata e spaesata. Renzi è il politico che più di altri in Italia si è affidato alla comunicazione, facendone un’arma micidiale. Ma più di altri, ben più di Berlusconi, ha sviluppato l’ideologia della tecnica (in quanto ideologia pura) alle cose della politica, neutralizzando o tentando di neutralizzare le procedure istituzionali (a partire dal Parlamento), la loro presunta ‘zavorra’, criticando la presunta ‘palude’, identificandola tout court con la democrazia rappresentativa e le sue procedure. “Alla fine si deve votare” è l’estrema considerazione che non indica soltanto la necessità che il dibattito sfoci in una decisione, no. Specifica, se non fosse chiaro, che contano solo i numeri, gli schieramenti, i rapporti di forza puri, i tempi ridottissimi del si-no, e non la chimica della democrazia, il suo essere conflitto reale, di donne e uomini, che (almeno all’interno del proprio stesso schieramento!) giungono a un punto alto ed efficace di mediazione. La tecnica è digitale, uno-due, on-off, non ammette soluzioni intermedie, umane troppo umane. Implica il salto, lo ‘scatto’, trasforma la democrazia in un ‘votificio’, nello stesso istante in cui accusa gli altri di voler votare ‘troppo’ (Renzi e la sua metafora del ‘Telegatto’, per dire).

Che fare? Resistere, in primo luogo, a questo dilagare della tecnica. Non è vero che essa sia un fatal destino, è semplicemente un’ideologia al servizio delle classi al potere, e dunque storicamente superabile. Resistere e frenare, almeno agli inizi. E poi riproporre la logica della politica, della democrazia, che è la stessa logica della sinistra occidentale: la partecipazione, la rappresentanza, la forza delle istituzioni democratiche, la riduzione dei dispositivi a mezzi, il conflitto e poi la mediazione, lo schierarsi, lo scontro delle opinioni, la partigianeria, la differenza, l’umanità degli ’ultimi’. La tecnica, la sua ideologia, è la peggior nemica di chi voglia diffondere consapevolezza democratica e partecipazione. Nemmeno la vecchia propaganda giungeva a tale ‘trionfo’. Oggi il destino della politica, e dunque di milioni di persone, dipende quasi unicamente dalla sapienza nel fare annunci e nel calibrare le strategie di comunicazione, dalla percezione che si ha delle cose, dall’abilità a disorientare, distrarre, dall’uso tecnicamente efficace delle regole della narrazione, dalla ‘qualità’ di quest’ultima, dal ‘raccontare storie’, appunto, che è sinonimo di ‘dire menzogne’. Più in generale si tratta di liberarsi, davvero, dai lacci e lacciuoli delle ideologie che raccontano un mondo diverso da quel che è. Che appiattiscono le opinioni a una, che presentano la partigianeria e gli schieramenti come ‘male’ e, dopo aver fatto cruentissime battaglie ‘comunicative’, sono comunque pronti ad ammassarsi in larghe intese istituzionali. La tecnica tende a ‘unificare’ nel modo peggiore: ‘ammassa’ appunto, mostra soluzioni uniche, neutrali, oggettive ai problemi, pensa i dibattiti come chiacchiera, i contraddittori come trappole, le interpretazioni come diaboliche, irrealistiche, paludose. La sinistra recuperi questo senso del ‘conflitto’ che sembra ovattato dal caos mediatico. Rimetta al centro le donne e gli uomini, non i beni inanimati e le merci. Ci restituisca i partiti, quelli veri, e rimetta al centro le istituzioni. Tolga di mezzo la plastica che ha avvolto le nostre coscienze, ci restituisca al conflitto politico e alla partecipazione. La mia è solo un’indicazione di lavoro, ovvio. Perché un cellulare è uno strumento, non un idolo. La logica della tecnologia è roba da ingegneri e periti, non da uomini politici. A cui spetta invece dare voce agli ultimi, rappresentarne i problemi, puntare a modificare gli assetti di potere armati di un progetto e di proposte specifiche, non pendere dalle labbra di un comunicatore tal quale. Altrimenti cadremo vittime di un paradosso, che avrà poco a che fare con la democrazia: eleggeremo un certo candidato ma in effetti sarà un altro a governare, quello che era apparso poco ‘comunicativo’, e dunque ineleggibile. Avverrà, o forse questo scambio, questo tragico sdoppiamento è già avvenuto.



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14 novembre 2014

Il mio tesssoro...

Spiace dirlo, ma il Patto del Nazareno è la vera cartina al tornasole della politica italiana oggi, il vero e unico laboratorio politico sotto i nostri occhi. E l’Italicum, ovviamente, è solo il ‘testo’ letterale dell’accordo. Il sottotesto, come scrivevo nei giorni scorsi, è ben più eccitante. Prova ne sia l’improvvisa evoluzione sul Jobs Act. L’unica ragione per cui c’è stato il clamoroso voltafaccia di Renzi ad Alfano sull’articolo 18, non è l’accoglimento dei rilievi della minoranza PD, ma la necessità di dare una botta forte e improvvisa (una specie di cartellino giallo) a NCD. Li ho visti ieri sera mentre uscivano da Palazzo Chigi. Sacconi e Di Girolamo sembravano cani bastonati. “Si tratta” dicevano. Ma Renzi li aveva scalciati, di brutto, e perché? Perché solo il giorno prima Berlusconi gli ha concesso l’ “annessione” (come dice, buon ultimo, Folli in un ‘pezzo’ su Repubblica mirabile) purché si chiudesse il conto con Alfano. Il quale, nel Partito della Nazione dovrà pur entrare, ma sotto l’egida berlusconiana, non ‘direttamente’. Insomma, le pecorelle smarrite del NCD devono tornare a casa. È la prova che il Patto del Nazareno elabora strategie politiche orientate a costruire un nuovo partito di destra-sinistra,. altro che legge elettorale. Con l’annessione, appunto di Berlusconi e il beneplacito, purtroppo, della quasi totalità del PD.

Prima di immaginare il PD che vorremmo, pensiamo un attimo a cos’è il PD oggi. La domanda, spaziale, perché la politica è spazio è: DOV’E’ il PD adesso? È al Nazareno? Forse. Alla Leopolda, può darsi. Nella ‘cucina’ segreta del Patto? Certo. Ma-anche a Palazzo Chigi, nella direzione in streaming, da Maria De Filippi, sulla tribuna dello Stadio di Firenze, al raduno scout. Oppure in un mega selfie di tutto ciò. Una molteplicità di pianeti, pianetini e satelliti che costituiscono la svaporata galassia dem, la quale perde sempre più consistenza solida e presenta ormai solo una specie di abbagliante fluidità mediatica. Spettrale, direi. Come direbbero i sociologi, flussi e non più luoghi effettivi. Bene, con QUESTO PD bisogna fare i conti per proporre qualcosa di diverso, con questa spettralità catodica. Non altro. Perché non c’è altro. Il Partito della Nazione non è nemmeno un contenitore, è piuttosto una nube inconsistente all’apparenza, ma abbarbicata come una cozza al potere, nel quale scova davvero l’unico senso possibile della propria esistenza. Vincere, insomma. Senza pietà. Il buco nero è proprio al centro della galassia e sta risucchiando tutto. Idee, passioni, animo. Il PD è un partito sempre più freddo, calcolatore, cinico, sprezzante, come il suo capo. Non bada più al bene comune, ma solo a disegnare la traiettoria più breve ed efficace possibile per cogliere il boccino del potere: “il mio tesssoro”, appunto. L’uso spregiudicato (non di servizio) della comunicazione è solo un aspetto della questione. Finalizzato a collocarsi in alto, senza che nessuno disturbi il manovratore. Così che il mare nostrum politico è quasi del tutto affollato da corsari pronti all’arrembaggio di ogni brigantino all’orizzonte, il colore politico è ormai solo una convenzione desueta, le passioni una insulsa zavorra (a parte quella per il potere), il cinismo una necessità strumentale sennò te se magnano per primi i colleghi di partito.

E allora ripeto, cos’è oggi il PD? Il PD è Renzi, null’altro. Dove sta lui c’è il PD: al Nazareno, nel Patto, alla Leopolda. A vedere la Fiorentina. A ballare il tip tap. È il suo corpo mediatico che assorbe tutto e dà senso al movimento dei cinici giovanotti attorno, veri cani da trifola, altrimenti perduti dinanzi al lupo della realtà come in una brutta favola. Senza Renzi casca tutto, minoranza PD compresa (purtroppo). La sinistra politica ha praticamente quasi venduto l’anima al diavolo. E ha costruito nel tempo, testardamente questo esito luttuoso, con lo sbriciolamento lento e inesorabile della sua cultura politica. Un auto da fé. Talvolta un’abiura. La domanda allora è: è riformabile tutto ciò? Oppure no, ed è tutto così “spugnosamente” assorbente? Hic Rhodus, hic salta direbbero gli antichi. Il modo con cui (spero consapevole) la minoranza PD ha accolto la giravolta renziana sull’articolo 18, senza pensare che Renzi aveva SOLO l’obiettivo di spezzare le reni ad Alfano su mandato di Berlusconi e null’altro, quale prova di fidatezza, la dice lunga sul grado di consapevolezza attorno alla vorticosa rivoluzione in corso. Una rivoluzione, sia detto, che non è idealistica, astratta, ma concreta e ben misurata, proporzionata e ‘cucita’ attorno alle esigenze dell’1% italiano: una classe dirigente pigra e sonnacchiosa, vile e assistita, ma che si eccita ancora molto all’idea di dare il colpo finale ai ‘comunisti’ e a chiunque si consideri tale con questa parola.

Ai piddini in buona, buonissima fede, che sono ancora molti (non moltissimi) e tra i quali ero io fino a pochi mesi fa, oggi dico: abitate una ‘scatola’ che si sta trasformando, che a dire il vero si sta ‘compiendo’, portando a esito destinale quanto era celato o meno nel progetto iniziale del PD, nel loft, nel partito all’americana, nelle primarie come DNA. E ciò grazie a un demiurgo luciferino come Renzi e al suo loffio, attuale sodale Berlusconi. Il discorso si era interrotto trent’anni fa, con Craxi. Ora ricomincia, perché Berlusconi torna nei ranghi garantito nelle sue proprietà, mentre sorge il suo nuovo garante politico. Intanto il sistema politico ha emarginato le opposizioni (o quel che ne resta), mostrandole fossili, antiche, novecentesche. Vecchi gufi insomma. E la classe dirigente, l’1% italiano oggi sembra avere in mano e ben saldo il manico, imponendo un ordine facile facile, senza partiti, magari senza sindacato, nel trionfo populistico né di destra né di sinistra, ma ferocemente centrista e terzista secondo uno schema di questi anni. E il bello è che tutto ciò avviene nel tripudio complessivo anche di chi sta peggio. Feroce paradosso di anni difficili, molto difficili, struggenti per chi ci ha creduto per decenni e per tutti gli ‘ultimi’ di questo dannato Paese. Ma così come non dimentichiamo, nemmeno finisce tutto qui, sappiatelo.

(Dedicato a Lucia Delgrosso )


13 novembre 2014

Muri, tecnica e ideologie. Due riflessioni su 'Post-Sinistra' di Marco Revelli

Giorni or sono su FB Enzo Puro mi ha taggato un testo di Marco Revelli, ‘Post-sinistra’. È uno scritto contenuto anche nel volume omonimo, edito da Laterza in collaborazione con Repubblica (iLibra). Per quanto Puro mi consideri un poveraccio fermo, al più, alle odi barbare di Carducci, io avevo già letto di Marco Revelli (che stimo) ‘La politica perduta’, ‘Sinistra Destra’, ‘Finale di partito’ e, recentemente ‘La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi’, oltre a ‘Post sinistra’, appunto. Con l’occasione ho ripreso quest’ultimo e vi ho trovato talune annotazioni personali che ora provo a raccontarvi, spiegando anche che cosa non mi convince di quel libro. Non la considerazione generale (che, a dire il vero, Revelli ripete molto ossessivamente) sulla deterritorializzazione, lo sconfinamento, la modificazione – frammentazione - distruzione dello spazio globale, pubblico, politico. Quanto alcuni passaggi che io considero fondamentali per chi voglia acconciarsi a fare politica per trasformare lo stato di cose, non solo prendere atto (come vorrebbe Puro) di quello che le classi dominanti ci hanno lasciato in eredità (Revelli, peraltro, è uno studioso, a cui non chiediamo ‘che fare’, ma soltanto ‘che cosa’ c’è: l’onere delle scelte e delle decisioni tocca all’uomo politico non allo scienziato). E poi gli rimprovero un peccato di fondo, quale è per me l’idea che la‘potenza’ sovraumana della Tecnica possa decidere inequivocabilmente per tutti, che sia quest’ultima a deciderci. Per me si tratta di ideologia, lo dico subito. Alla tecnologia possiamo imputare tutto, ma non addebitargli lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Parlando molti anni fa con Walter Tocci, in una pausa tra un rilancio del tram e una ZTL J, lui mi disse che era affascinato dalle analisi compiute da taluni studiosi (si riferiva a quelle contenute sulla rivista Gomorra, la rivista di Meltemi diretta da Massimo Ilardi - non la serie televisiva che fa scuola di formazione presso taluni settori politici - ma-anche a un certo pensiero della crisi e del disincanto), ma aggiungeva che quel disincanto, quella Tecnica proposta come destino ineluttabile, quel senso estenuante  della crisi e del negativo, svuotassero la responsabilità dell’Esserci e del Soggetto (politico in special modo) e riducessero la passione per il pensiero tragico in mera impotenza pratica ad agire positivamente. Come trasformiamo il mondo se ci raccontano continuamente che la Tecnica è più forte e non ci lascia margini? Che essa decide per noi, che la crisi è insuperabile, che la parte ‘distruttiva’ occupa ogni spazio e che la nostra paralisi è destinale? Lo dico, questo, perché questa idea ‘tecnicistica’ spunta nel libro di Revelli, pur suggestivo e di buona lettura. Certo, se uno si limita a raschiare il lessico e a piallare la schiuma, questi passaggi non li coglie, e nemmeno coglie un senso più profondo del ragionamento di Revelli, alcune impuntature, alcuni difetti o squarci che aprano per tutti spiragli nuovi di comprensione.

L’analisi di Revelli, sul ruolo della Tecnica nella dilatazione e frammentazione dello spazio, non ammette repliche: “Lo spazio sociale, dunque, vive in un rapporto di simbiosi e di diretta dipendenza dalla tecnica, che ne detta estensione e intensità” (pag. 31 di “Post-politica”). Diretta dipendenza, scrive Revelli. Non c’è altro, alcun’altra causa. È solo la tecnica in rapporto alla conformazione dello spazio (che è poi il tema del libro) a determinare, “in via diretta, l’estensione e la densità dello ‘spazio sociale’ “ (p. 31). Quando si dice che tutto è ‘flusso’ (come spiega Castells), che il luogo è flusso, non ci si riferisce segnatamente ai ‘corpi’ (a parte un’oligarchia di cosmopoliti) ma ai ‘bit’, e dunque ancora alle tecnologie della comunicazione (Negroponte dice ‘atomi’, ma intende probabilmente le merci, non solo gli esseri viventi). Anzi, il “sistema dei media” è “l’equivalente del sovrano agli albori della spazialità” (p. 39). Se cercate “soggetti”, questi sono i “giganti delle telecomunicazioni”, le Telecom nazionali, sono loro i “veri ‘costruttori’ in senso fisico del nuovo spazio: coloro che decidono le allocazioni di tecnologia da cui dipende la velocità e la possibilità di connessione dei territori […] e per questa via decidono la forma del nascente e sempre mutante ‘spazio sociale’ “ (pag. 40). “Decidono la forma” scrive Revelli. Non decide il capitale finanziario, non decidono le grandi oligarchie, tantomeno i popoli. Decide la Tecnica. Ecco perché la domanda che mi faccio è la stessa formulata da Tocci allora: ma se la visione è quella di una Tecnica come dominus, noi che ci stiamo a fare qui? #popcorn verrebbe da dire se non si trattasse del destino di miliardi di persone. Se la tecnica decide, qual è il compito della politica (qualunque cosa si celi dietro questa parola)? Se la politica la fanno le imprese, a noi che resta? Dico a noi umani. Questa analisi è talmente estrema che appare, in realtà, del tutto inutile ai fini pratici. Meno male, allora, che i sociologi, i politologi, gli storici si limitano a suggerire il ‘che cosa’, ossia ci spiegano come stanno, a loro parere, i fatti. E meno male che alla politica, invece, tocca il ‘che fare’, ossia proporre indicazioni pratiche, soluzioni, strategie, sennò saremmo nei guai. Mo’ capisco perché Puro ammetta candidamente di non avere risposte a questa situazione. E come potrebbe? Ha scambiato l’analisi per la sintesi, la teoria per la prassi. Di certo le ha confuse malamente, superficialmente. Bastava leggere più nel profondo per evitare questo senso di impotenza e di frustrazione.

L’altro tema su cui Revelli si cimenta è quella della caduta dei confini, di uno spazio globale mutato geneticamente, elastico, rugoso, multiforme, lontano e prossimo allo stesso tempo, sociale più che fisico, virtualmente contiguo. A dire il vero, leggendolo, si scopre quanto lui sia distante dalla vulgata che circola attorno a questi temi, e che Puro riassume magnificamente nel suo post. Una vulgata che dice che è tutto aperto, tutto deterritorializzato, che lo spazio è solo estetico, comunicativo, che ci sono solo flussi e controflussi, una mobilità estrema di bit e atomi, e che destra e sinistra sono finite, e c’è un solo punto e un solo infinito. Che, si badi, è molto suggestivo, persino letterario, quanto sovrabbondante e fuori centro. Non lo dico io questo, lo dice Revelli stesso. La bellezza del libro (di ogni libro, a dire il vero) è quando questo pare contraddirsi, e invece sta aprendo parentesi luminose di comprensione ulteriore. In più di un passaggio di ‘Post-politica’, il ‘flusso’ dell’argomentazione inciampa e scopre rugosità e rigidità che, raschiando solo il lessico, non si colgono. Citando Castells, Revelli scrive che “i flussi assumono il proprio predominio sui luoghi, senza necessariamente cancellarli” (pag. 35). A pag. 45, a proposito di diseguaglianza, scrive che “il villaggio globale  […] è nato […] spaccato da diseguaglianze abissali” (dice ‘spaccato’ per indicare la mole delle diseguaglianze, così come io uso nei miei post ‘abisso’, ‘confine’, ‘muro’ a indicare un gap che tende persino a crescere, invalicabile, segregante, altro che liberi ‘flussi’). Cita quindi Bauman, e la sua distinzione tra ‘mobili’ e ‘vincolati’, tra ‘gestori dei flussi’ e ‘abitanti dei luoghi’ (i nuovi ‘servi della gleba’, inchiodati alla terra e alla pesantezza del luogo”, “socialmente divisi da distanze incomparabili” (pag. 47). Scopriamo che gli inchiodati sono una “moltitudine di immobili” e i mobili delle “oligarchie onnipotenti”, e ritroviamo qui i noti “1%” e “99%” di cui Occupy Wall Street per primo aveva parlato a ragione. Ed è vero che qui, tra questi tipi umani così differenti, si apre un abisso, un confine, e si spalanca la vera discriminante, quella sociale ed economica, non quella tecnica di cui nel libro invece si straparla. Tant’è che il capitolo 9 si titola: La fine dell’eguaglianza (politica) come ‘destino’. Destino. Ecco.

Certo, si potrebbe immaginare che Revelli immetta in questi flussi anche i migranti, gli umani, il loro dinamismo sociale, antropologico, etnico. Ma non è così. Gli oligarchi mobili sono i ricchi, i migranti semmai sono soltanto dei “mobili a velocità lenta” (pag. 47), che non hanno nulla a che spartire con la potenza delle merci (i veri ‘atomi’ di Negroponte), quelle sì dinamiche, quelle sì oggetto di flussi veloci e quasi invisibili ad occhio umano. “Mondi diversi, dice Revelli, fisicamente coabitanti nello stesso mondo […] ma socialmente divisi da distanze incomparabili”: distanze incomparabili, abissi sociali. Dice “mondi diversi e coabitanti”: dove sono, allora, i mondi frammentati, scomposti, multi versi? Qui la metafora spaziale sembra quasi novecentesca, altro che. E tornando sui ‘mobili’ e sugli ‘inchiodati’ baumaniani, Revelli approfondisce la questione. A proposito dei primi ne parla in termini di casta, dei secondi dice invece che “sono sempre più frammentati e differenziati tra loro, irriconoscibili gli uni agli altri, […] segmentati da muri fisici ed etnici, da spazi di segregazione e di interdizione, e incapsulati in una realtà che del sistema mondo ha per intero l’incertezza e la mutabilità, ma non la libertà”. Ecco. Noterete la sequela di immagini claustrofobiche, restrittive. Dice ‘muri’, dici ‘segregazione’. Contrappone a queste metafore l’idea di libertà. La libertà che è delle oligarchie mobili, ma non dei segregati. Eccoli i confini, i muri. Da non scambiare coi confini geografici (che pure dicono la loro ogni volta, quando alzano la voce le piccole patrie come la Catalogna, o lo spettro padano, per non dire dell’Ucraina e della Scozia). Muri e confini, piuttosto, da intendere come li intende Revelli, quali limiti, ostacoli alla libertà (personale, sociale), alla mobilità (che oggi si concede sempre più alle merci e meno agli ‘immobili’ umani) di cui i cosmopoliti oligarchici godono a iosa, ma il restante 99% no. Perché sono stipati in città (quartieri, borgate, hinterland) che sono ‘globali’ solo per taluni, ma risultano ‘murate’ per tutti gli altri.

Confini, spazi chiusi: a questi mi riferisco sovente nei miei post quando penso la politica, e immagino la possibilità di ridurne l’altezza, lo spessore, la portata. Abbattete tutti i muri, lo ha detto anche Papa Francesco e voleva dire che ne esistono ancora, pur se non coincidono con i dazi statali (ma talvolta sono dazi statali, come negli Stati totalitari: provate a uscire dalla Cina se siete degli ‘immobili’ baumamiani). Revelli, quindi, a margine di questa coppia mobili vs inchiodati, aggiunge pure (si badi) che “in mezzo” a essa, quale terzo fattore (dialettico?) c’è “la vita che continua a svolgersi dentro la vecchia spazialità statale-nazionale, che pur sopravvive ma in forma sempre più selettiva, con gradi di accesso e di efficacia e di accesso differenziati rispetto alle diverse fasce della popolazione” (pag. 49)! Insomma, gli uomini (pure gli 'inchiodati' al loro interno) continuano a essere divisi in classi, godono di una mobilità differenziata (anche sociale), accedono a beni e servizi in forma diseguale. La diseguaglianza non è solo di ‘opportunità’ (orientamento a futuro) ma è un FATTO (presente). Non solo. La mobilità, vecchia bandiera della sinistra, dice Revelli che oggi genera ‘diseguaglianza’, perché c’è chi è “dinamico” (ma nel senso del censo, della posizione sociale e delle opportunità connesse) e chi è sottoposto ancora (für ewig, direbbe Puro)  al nomos della terra. E forse, adombro, l’oligarchia è dinamica proprio perché la moltitudine è ferma, segregata. E la cesura che cresce tra i due mondi e minaccia la coesione sociale genera “un’inedita asimmetria” crescente tra “la natura extraterritoriale del potere e la permanenza dei vincoli territoriali in quella che è […] ‘vita nuda’ “, perché priva degli strumenti culturali (e sociali, dico io)per accedere al “mutamento di stato tra territorialità e globalità”. Insomma, le suggestioni teoriche dicono ‘flussi’, sconfinamenti, ecc. Ma la sostanza sugosamente pratica aggiunge, invece, la pesantezza e la gravità della vita nuda, quella che non si stacca da terra, quella diseguale, ‘confinata’, murata in qualche quartiere anonimo o in qualche borgata. Quella ancora affetta da spirito di gravità.

E allora. Solo una visione superficiale può far pensare alla comunicazione come unica forma possibile della politica. Solo una malintesa ‘liquidità’ o  una visione manichea può indurre a pensare che il campo mediale sia il solo campo politico e la politica debba adattarsi, in termini di fatto conservativi, a questa condizione estrema. Puro nel suo post scrive che la comunicazione è tutto (cita anche la ‘scienza del cervello’ e la linguistica cognitiva), che bisogna prendere atto della liquidità così come Carlo Marx ‘prese atto’ del capitalismo industriale. Ma Carlo Marx non ‘ prese atto’ in alcun modo, anzi si incazzò come una vipera dello sfruttamento a lui presente, e decise di avviare una critica aspra, scientifica, radicale di quello stato di cose. Partì da lì, certo, con una logica specifica dell’oggetto specifico. Ma non gliela mandò liscia. Vedi un po’. Puro scrive che non ha risposte da dare a questo mondo così diverso da quello novecentesco (che secondo me era tutto meno che piatto, ordinato e unilineare come si sostiene oggi, anzi). Certo, se affoga nella teorie che legge, questo è inevitabile. Se accredita la tecnica come fa Revelli, pure. La pratica nasce, deve nascere, per contestare aspramente l’esistente non per prenderne atto. Non si prende atto dell’ingiustizia, non si assume a destino l’ineguaglianza. Perché la politica, così, sarebbe già finita prima ancora di cominciare. Calarsi nello spazio, in questo spazio storico eventuale, presente, contingente assumendone in toto le forme e le logiche, è già conservarlo. Per esempio, puntare tutto su un leader alto, bello e biondo per vincere è una forma di adattamento all’esistente, non ne è una critica. Parlare la stessa lingua può andar bene, ma per dire cose diverse. Farsi spazi in un anfratto è giusto, ma poi da dentro devi scardinarlo. Ti devi porre il problema, non prendere atto. Renzi è uno che si è calato nell’esistente. È la continuazione del berlusconismo con altri mezzi. Voi vedete potenzialità sovversive in questo? Non credo, non mi pare. A parità di logica, la prassi è all’incirca la stessa. Marx non ‘prese atto’ affatto, perché disse: sino a oggi si è interpretato il mondo (si è fatta teoria), ora bisogna cambiarlo (servono una critica e una prassi trasformativa per cancellare lo sfruttamento). Prendere atto è fare ideologia. Dire che è colpa della tecnica è fare ideologia. Nascondere i “muri” è ideologia. Pensare spazi definendoli ‘impensabili’ è ideologia. Non guardare in fondo agli abissi è ideologia. La sinistra che non vuole trasformare nulla è ideologia. Che prende atto e si accomoda in uno scenario dato. Falsa coscienza per la quale servirebbe una nuova critica dell’ideologia, altro che esaltazione manichea, esagerata, ben oltre l’effettivo valore euristico, della ‘liquidità’.

Enzo Puro, peraltro, si tranquillizzi. Una politica molto aderente a questo scenario e che lui non riesce a individuare e lo ha lasciato senza pensieri e senza soluzioni politiche c’è già. È qui tra noi. È il PD. È il renzismo. Nessun’altro ha “preso atto” del concetto di liquidità più del partito renziano e di Renzi stesso. Nessuno canta l’inno della presa d’atto più del premier. Nessuno si è accomodato nell’ “eventuale” più di lui. L’idea che non vi sia più nulla di solido, che i muri non esistano, che i confini vadano cancellati, che alla lotta debba seguire l’osmosi, che al confine inteso come linea di lotta debbano seguire i ‘patti’ e le intese segrete, è la sua idea. Renzi è un ‘atomo’ che fluisce, è la tecnica in atto, è il Prometeo dell’elettrificazione. È un bit, più che un umano. Abbiamo lasciato a un Papa il compito di indicare la povertà , di mostrare le piaghe, di invocare il riscatto spirituale e sociale. La sinistra ha arretrato sul terreno suo proprio, quello del lavoro, dei muri da abbattere, della dignità personale e del riscatto sociale, per avventurarsi in un mondo non suo, il mondo in cui si legittima tutto purché si governi. Aveva ragione Tronti, il rinnovamento preso in astratto, alla ricerca del ‘nuovo’, fatto dai giovani contro i vecchi, nella totale discontinuità, è solo rinnovamento generazionale, e conduce a un inevitabile mutamento genetico. Il PD è un OGM soggetto a chissà quali, ulteriori trasformazioni rispetto a quelle già molto evidenti oggi. Si badi che questo, però, non è un destino, né una condanna. Anzi, ognuno ha il futuro che si merita, anche se io continuo a pensare che il presente sia più rivoluzionario dei sogni, soprattutto se questi diventano incubi politico-tecnologici.

 

P.S. Il post di Enzo Puro a cui faccio riferimento e che lui ha dedicato a me è a questo link:

http://enzopuro.wordpress.com/2014/11/11/i-luddisti-contemporanei/

Il bel libro di Marco Revelli (che invito a leggere) è invece il seguente:

Marco Revelli, Post-Sinistra. Cosa resta della politica in un mondo globalizzato, Laterza – la Repubblica, Bari Roma, 2014

 

 


4 settembre 2014

I vestiti trasparenti del Re

Alessandra Serra, sull’Huff Post, traccia una critica ben argomentata al ragionamento fatto da Lucia Annunziata pochi giorni prima. Era un post feroce verso Renzi, senza sconti, come non se ne leggevano da mesi (a parte Scalfari, e mai così tranchant). Serra tenta di interpretare quella critica, e scansa subito i temi di contenuto: la questione dei pochi risultati raggiunti è solo un diversivo. La critica, dice, è culturale, piuttosto. E concerne le modalità con cui l'ex Sindaco propone se stesso. Ossia, “l’impianto retorico persuasivo” messo in campo dal premier. Roba da cultural studies, roba linguistica: schemi concettuali, modelli comportamentali, gabbie retoriche, tutto qui dice Serra. Non ci sarebbe, in sostanza una vera e motivata avversione alle iniziative del Governo (che lei, con modi presuntamente en passant, definisce “risultati straordinari”), ma soltanto “a un codice e a un frame concettuale”. Saremmo dinanzi a una disomogeneità tra livelli discorsivi, tra linguaggi, si confronterebbero punti di vista alberganti all’interno di diverse “cornici discorsive”. Cambia la foto, cambiano le parole, cambiano i modi di approccio, e infine si battaglia sul nulla formale del linguaggio senza tenere conto della polpa, ossia degli “straordinari risultati” del Governo. Sarebbe più onesto, dice Serra, ammettere questo, dire che il modo di fare del premier non piace e punto, senza disconoscere la sua monumentale bravura, senza criticare un governo magnificamente in sella e pronto a dare risposte agli italiani.

Insomma, è tutta una questione di linguaggio. Torna qui un cardine della propaganda renziana: io sono il nuovo, io ‘spacco’ il sedime culturale, rompo gli schemi, rottamo le continuità, sfido i vecchi paradigmi, inauguro nuovi linguaggi. Io sono il superuomo, parrebbe di sentir dire. Spariglio e chi s’è visto s’è visto. Annunziata andrebbe a cadere proprio in questo abisso spalancato dall’irruzione del rottamatore. Un trappolone di cui nemmeno avrebbe avuto sentore se Serra non glielo avesse spiegato. Il discorso della direttrice sarebbe solo ‘formalistico’, sarebbe una specie di equivoco linguistico wittgensteiniano: siete delle mosche in una bottiglia, pare dire, siete prigionieri del linguaggio e nemmeno lo sapete, credete di parlare di politica e invece ce l’avete con i nuovi schemi culturali introdotti da Renzi perché non vi appartengono. Vecchiezza culturale? Piuttosto afasia linguistica, gente a cui non funziona più lo strumento verbale. Peggio ancora per la giornalista Annunziata, che col linguaggio ci lavora e ci vive. Ma è davvero così? Sono solo un incidente linguistico, un cieco equivoco, le critiche che cominciano a piovere su Renzi? Oppure c’è dell’altro? C’è roba più solida?

Be’, l’altro è davvero poco, se togliamo le classiche 80 euro. Perché il primo a sfilare da sotto il banco il contenuto è stato proprio il premier. La sua discontinuità culturale è all’incirca tutto quello che ha offerto e messo in campo in questi mesi. Il linguaggio è stata la sua sola arma. E difatti ne utilizza a pieno, con annunci, battute, con una presenza mediatica alla lunga persino controproducente. A fare il simpatico prima o poi stanca, ha detto Cacciari. L’Annunziata parla, in fondo, di ciò che vede, di quello che offre il convento. Se fa la mosca in bottiglia è perché gli mostrano solo la bottiglia: non mezza piena o mezza vuota, ma vuotissima. Non si può rimproverare ai giornalisti critici la loro lateralità linguistica, i loro equivoci, il loro essere insetti in trappola nella rete tessuta dal premier, se poi quello è l’unico campo da gioco ammesso sinora da chi fa attualmente le regole (che sono poi le regole della retorica, dello storytelling, della comunicazione-politica). Siamo sommersi da hashtag, dovremmo parlare di politica internazionale? Siamo sopraffatti dagli annunci e dai contro annunci, dovremmo andare alla ricerca di una ‘cosa’ che non c’è ancora ma che vedremo, se va bene, tra #millegiorni (scrivo con l’hashtag perché si capisce meglio)? Sono accerchiato da narrazioni e contronarrazioni, peggio di un critico letterario che almeno lo fa di mestiere. Non solo. Da ‘adesso!’ siamo arrivati al #passodopopasso, lasciando persino presagire che il brodo comunicativo è destinato ad allungarsi sino a diventare la classica acqua fresca. Si è scelta dapprincipio la strada della ‘posa’ comunicativa pur di imbrigliare l’elettorato e i media, e poi si ironizza sul fatto che molti in questa trappola ci sono cascati e pure alla grande? Rimproverando in fondo alla Annunziata un eccesso di zelo nel considerare solo l’aspetto ‘culturale’, i modi, e gli approcci linguistici scartabellati dal premier in già sette mesi? Dopo il danno pure la beffa? Dopo la sòla, la presa in giro?

Onestà intellettuale per onestà intellettuale. Come la si chiede alla Annunziata, io la chiedo alla Serra, di cui stimo senz’altro le qualità professionali e l’abilità retorico-comunicativa. Perché qualcuno non ammette che sì, in effetti, la faglia culturale c’è perché l’abbiamo pensata, progettata, messa in atto noi. Sì, le modalità nuove di Renzi le imponiamo perché dietro non c’è ancora nulla, e spesso meno che nulla? Sì, il linguaggio è la nostra unica risorsa, forse la vera e sola straordinaria risorsa di cui dispone il premier per ‘ammischiarla’ agli italiani in attesa che Padoan o chi per lui cavino il ragno dal buco. Insomma, costruiamo palazzine su fondamenta abissali e speriamo nella buona sorte. Speriamo che non crollino. Speriamo non ci crollino indosso. Sarebbe bello, sarebbe onesto ammettere questo aspetto, peraltro così evidente. Stimerei di più l’allegra brigata che ha ‘preso’ il PD e lo ha mutato in una cosa che non capisco (e non solo per motivazioni linguistiche, culturali o di approccio retorico, ma politiche, politicissime). Sarebbe un gesto leale, comprensibile, forse dovuto. Anche se capisco che, ammettere la propria nudità, non è da Re. E Renzi a fare il Re si atteggia molto. Anzi, moltissimo.

http://www.huffingtonpost.it/alessandra-serra/sindrome-di-adattamento-diamanti-annunziata-_b_5749542.html

 


26 agosto 2014

Allons enfants

Solo per dire quant’è grande la confusione sotto al cielo persino sull’austero Corriere della Sera. A proposito della crisi di governo francese, oggi Polito in prima pagina considera Montebourg il testimone della solita sinistra socialdemocratica, tutta deficit e tasse, proprio mentre il governo Hollande sarebbe impegnato nella realizzazione delle fondamentali riforme liberali, strutturali, ecc. senza le quali ormai non si parla più di politica: “Lei sta facendo riforme strutturali e/o liberali? No? Allora stia zitto e faccia il vetero comunista, lì, in un angolo!”. Jean-Marie Colombani, appena due pagine dopo, critica l’atteggiamento della sinistra (sempre Montebourg e Filippetti), che preferirebbe la demagogia della opposizione alla responsabilità di governo; di Hollande invece dice che “la sua linea politica dovrebbe poter contare sulla frazione riformista del partito socialista, ma anche sul centrosinistra e sul centrodestra. Questa politica, detta socialdemocratica” (sic!), perché “cerca soluzioni per due emergenze, il risanamento dei conti pubblici e il rilancio della competitività delle imprese allo scopo di creare nuova occupazione, potrebbe essere l’oggetto di un programma di governo di due anni, con l’appoggio di una grande coalizione”. Colombani, tuttavia, si dimostra pessimista sull’esito, e ritiene che alla fine Hollande dovrà contentarsi di un riordino generale del paese (le famose riforme) sperando che almeno porti i suoi frutti. Almeno.

Dunque è un ‘socialdemocratico’ Montebourg perché vorrebbe tornare all’età dell’oro socialdemocratica fatta di deficit e di tasse (Polito). Ma lo è pure Hollande, perché dovrebbe intraprendere un piano di risanamento dei conti e anche di rilancio del sistema industriale (Colombani). Così come, d’altronde, è un ‘renziano’ Valls e lo è per certi media anche Montebourg, che invoca una reazione all’austerità merkeliana similmente al premier italiano. Persino Hollande vorrebbe fare come Renzi, anche se non può certo inimicarsi la Merkel (dice Polito). E d'altra parte le riforme sono l’unica panacea post-socialdemocratica della sinistra (Polito, ancora) ma rappresentano il confine stretto in cui si muove Hollande, che dovrebbe essere invece un tantino più socialdemocratico (Colombani, appunto). E magari pure più renziano. O più liberale. O più ‘riformista’. O di centro, e perché non anche di sinistra. Una specie di Che Guevara dei conti pubblici: la rivoluzione riformista, e via con gli ossimori. La confusione, dunque, è sì nelle parole (che cosa vuol dire ‘socialdemocratico’ oggi? Che cosa sono le ‘riforme’? Che ne resta della politica da quando è ostaggio della comunicazione?) ma ancor più nella pratica, nelle scelte quotidiane o di lunga lena, e persino nei media, nei commenti che ospitano, nelle oscillazioni continue di senso e di significato dei termini e dei concetti, nell’uso facilone che si fa delle parole e dei concetti stessi, e nell’uso facilone che si fa, soprattutto, della politica. Nell’idea che vi siano alcune parole o termini chiave stagionali da sondare e consumare sino in fondo (crescita, riforme, rottamazione, nuovo) solo perché la povertà dei pensieri è sempre più abissale e non è in grado di produrre vere e utili argomentazioni.

C'è oggi una specie di demagogia del pensiero che è peggiore di quella politica. È per questo che si salta da un carro all’altro, perché si ritiene che la politica si riduca a quei carri, che la politica sia solo dei vincenti, che il compito dei luogotenenti sia quello di ripetere a pappardella le formule del Capo, che si sia nel diritto di cambiare opinione se si ritiene che sia ora quella vincente, e che il resto siano solo dei gufi, degli schifosi uccelli del malaugurio o dei vecchi sfigati a cui non è più giusto concedere alcuna chance. Visto che non hanno colto l’opportunità vera generosamente offerta, ossia saltare sul carro e finire per premio sulle copertine di ‘Chi’.

 


14 luglio 2014

Lo specchio rovesciato

Ma non era Mineo il problema? Il sabotatore Mineo, il traditore Mineo, il ricco Mineo? Allo stato attuale parrebbe proprio di no. Il problema sarebbe un altro, in realtà, e riguarderebbe adesso il metodo di elezione dei senatori, secondo uno schema deciso (dice il Corriere) in un incontro tra Forza Italia e Governo e riproposto nel testo di legge all’esame della Commissione. La norma in discussione prevede un’elezione col metodo proporzionale (art. 2), ma con il rispetto dei rapporti di forza già presenti all’interno dei consigli regionali. Non sarebbe la proporzionalità dei voti a fissare le quote dei senatori, ma queste ultime dovrebbero invece essere espressione delle rappresentanze regionali. Si scatterebbe, in sostanza, una specie di istantanea del Consiglio stesso, tale da prefissare (proporzionalmente) le quote elettive di ogni singolo raggruppamento in corsa.

Non basta. Sul sito del Corriere leggo che la norma transitoria prevede pure le liste bloccate. Così che il voto dei consiglieri regionali non solo è costretto in quote proporzionali prefissate, ma è ulteriormente compresso da nominativi già indicati dai capigruppo e, ancor più su, dai vertici di partito locali e nazionali: Renzi e Berlusconi insomma. Come dire: dal Patto del Nazareno al Patto del Nazareno passando per un Senato ingessato nelle quote e nelle liste bloccate. Altro che nominati, questi sono scelti a intuitu personae: per fedeltà, perché hanno famiglia, perché hanno un mutuo, perché il tenore di vita è molto alto e non basterebbe un lavoretto da impiegato a soddisfarlo.

Se permanesse questo schema forzista-renziano, figlio del Patto del Nazareno, non sarà più l’assemblea elettiva a fotografare come d’obbligo la società e le sue proporzionate opinioni, ma queste ultime a riflettere le quote elettive (nomi compresi) fissate dai vertici locali e nazionali dei partiti. Un ribaltamento dello specchio, un vero cambio verso, non c’è che dire. Per di più con il consenso plebiscitario degli elettori stessi. Che conteranno sempre meno, apparendone persino lieti stando ai sondaggi. Vedo già i commenti: basta con questo Senato di chiacchieroni, il lavoro è il vero problema! Ecco, oggi la democrazia è diventata un problema (non più una risorsa). Ve li meritate i leader mascellari. Altro che.


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14 luglio 2014

La sineddoche renziana

La domanda è: giocare al doppio (o triplo forno) è la stessa cosa che lavorare a un patto unitario, istituzionale, davvero coinvolgente e paritario per tutti? Me lo chiedo perché, quando si accenna al ‘patto’ Renzi-Berlusconi, si risponde sempre: le riforme istituzionali si fanno anche con l’opposizione. Che sarebbe anche corretto se la locuzione “farle con l’opposizione” non significasse, di fatto, mettersi al centro dello schieramento per giocare di sponda o a rimpiattino con le altre forze politiche. I due ( o tre) forni, appunto. O la scelta di fare le riforme assieme adotta il metodo del grande dibattito politico-istituzionale attorno a un progetto emendabile, oppure è solo manovra politica, tatticismo, una sorta di domino per assicurarsi un predominio duraturo. Non è differenza di poco conto. Per usare il linguaggio renziano: o si tenta un selfie generale, oppure si fanno tante fotografie distinte e le si pone in competizione tra loro (pur preferendo quella del Nazareno). Non che la ‘competizione’ debba scomparire, pur all’interno di una vasta discussione unitaria. Ma che si utilizzi un forno contro l’altro, chiamando questa pratica “fare le riforme con l’opposizione”, appare davvero una furbizia retorica.

Per di più, uno dei due (o tre) forni appare decisamente avvantaggiato rispetto all’altro. C’è un patto così stretto (e segreto) con Berlusconi da far pensare che quello sia l’unico forno crepitante del fornarino Renzi. E il resto sia schermaglia, noiosa questione da dirimere al più presto per sgomberare il campo. Ora, è chiaro che Grillo vuole inserirsi come un cuneo in quel patto, per rompere le uova nel paniere del premier. Ma è pur vero che definire l’accordo con l’ex Cavaliere come “accordo unitario per le riforme” appare un’esagerazione. Una specie di sineddoche, dove la parte (Forza Italia) è chiamata a indicare il tutto (il sistema politico istituzionale italiano nella sua interezza, ossia maggioranza più opposizione); col risultato di tante parti (forni) che rimbalzano l’una sull’altro, tipo le macchine a scontro dei Luna Park, e le esigenze di manovra politica che prevalgono rispetto a quella primaria, fondamentale di offrire al Paese una riforma istituzionale equa, efficace e all'altezza dei tempi.

Perché il punto è anche questo: la riforma deve produrre un sistema istituzionale migliore dell’attuale! Non uno purchessia e che si limiti a garantire un 'vincente' assoluto. Ma un sistema che sia più equo, più efficace, capace di rispondere alla crisi di rappresentanza, al distacco dei cittadini dalla politica, non solo alla volontà di trasformare un semplice premier in un dominus istituzionale. E certo la politica dei due forni non aiuta in questa senso, perché il progetto in discussione si ascrive tutto dentro la manovra politica, quasi bellica, di questa fase, ed esclude una discussione in ampio consesso. Insomma, una cosa è fare un lavoro certosino all’interno di una bicamerale, un’altra è presentare il patto del Nazareno tra soggetti circoscritti come un’operazione unitaria in vista di una riforma costituzionale ampiamente condivisa ed epocale. Sono cose distinte, ben distinte. Almeno lo si sappia.


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10 luglio 2014

Gli sfigati e gli esseri ammiccanti

C’è chi ha scritto su fb che la parola ‘rosiconi’ non basterebbe più, mentre la parola giusta sarebbe #sfigati” (con tanto di hastag). Il riferimento è a quelli che restano all’opposizione di Renzi in modo strenuo, nonostante circolino numerosissimi carri stracolmi di renziani dalla prima alla 24° ora (compresa quella legale). Sfigati insomma, tutta gente che non capisce dove fischia il vento e che si contenta di giocare la sua partitina da disagiato ed emarginato della politica, invece di cogliere la mela dei tempi nuovi e divorarla con un morso solo. Gente magari in malafede, armata di pregiudizi; sabotatori, che mettono sabbia negli ingranaggi. Eccoli gli #sfigati. Una volta avremmo detto, più rispettosamente, dissidenti, oppositori, voci fuori dal coro, opinioni comunque preziose vista la necessità di capire, anche a contrasto, senso e valore delle idee temporaneamente vincenti. Nessuno, per capirci, definì ‘sfigati’ gli oppositori del manifesto: si fece di peggio e di ancor più sbagliato, certo, li si cacciò dal PCI, ma c’era più rispetto e più dignità in quel gesto drammatico che nel definire sfigati chi non si adegua, magari ammiccando al vicino di carro, come a dire: sono proprio degli stupidotti, non capiscono nemmeno quale sia la direzione giusta del vento, questi non vinceranno mai niente. Niente! Certo, qualche ‘sfigato’ è stato cacciato, e accompagnato alla porta della Commissione parlamentare, ma nella mente del capo non si trattava di un vero dissidente, era solo uno ‘sfigato’, uno superato dalla novità dei tempi e sorpassato dai carri, intento a combattere coi mulini a vento. Un perdente, insomma, uno che non capisce. Uno lento. Uno che va scansato da lì alla prima parola di troppo.

Cari sfigati (rosiconi, perdenti, frenatori, sabotatori: fate voi.) non abbiate timore di esserlo. La grande politica si fa pure con le vostre idee, grazie a esse, con le sfumature che portate in dote, con i dubbi, le critiche, le perplessità che vi lasciano inquieti, e solo un maldestro condottiero e maldestri pretoriani della politica possono pensare che un esercito è più forte se solido come marmo. In realtà, diceva Mao, è proprio il tronco all’apparenza più resistente a spezzarsi dinanzi a un vento impetuoso, mentre le canne cedono al primo soffio ma tornano al loro posto quando la ventata è cessata. Datemi retta. Vedrete i solidi e rigidi carri dei vincitori sbandare alla prima curva e alla prima raffica vera. Vedrete gli occupanti dei carri scendere alla immediata ricerca di nuovi trabiccoli. I più antirenziani saranno proprio quelli che Renzi lo hanno portato in braccio (magari dopo aver votato per altri alle primarie e aver cancellato i post e i commenti più compromettenti) per poi scaraventarlo giù dal dirupo alle prime avvisaglie di sconfitta, come un altro sfigato qualsiasi. Perché questo distingue gli sfigati dai vincenti: i primi combattono le loro battaglie in modo lineare e trasparente, senza timore della sconfitta, mettendola persino nel conto, senza drammi. I secondi no, i secondo debbono essere SEMPRE vincenti, mai rosicare, mai seguire a piedi, seppur orgogliosamente, i trionfatori a quattro ruote. Perché i vincenti devono essere sempre vincenti, a tutte le condizioni e latitudini possibili. E passano poi a sdegnare gli sconfitti. Ne ho visti molti così: gente che ha traversato l’intero arco dello scibile politico, acrobati cinici, estrosi saltimbanchi che alla parola ‘valore’ saltano spauriti e si guardano dietro timorosi, nel timore di esserne assaliti. Gente che mi ha sempre guardato dall’alto della sua ‘vittoriosità’ qualunque fosse la battaglia sostenuta, qualunque fossero le idee in campo, qualunque lo schieramento. Sempre vincenti, quasi pregiudizialmente. A priori, direbbe Kant. Ebbene, messa così, non vi sembrano proprio questi antiromantici della politica, questi attori disincantati della loro stessa medesima commedia, questi esseri ammiccanti (direbbe Nietzsche) i veri sfigati? Io dico di sì.


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9 luglio 2014

Il generale

Scrive Francesco Bei che le critiche all’Italicum che arrivano a Renzi dalla sinistra del PD quasi lo galvanizzano. E che adesso partirà la controffensiva contro i ‘frenatori’, che diventeranno così i ‘sabotatori’ non delle ‘riforme’ ma dell’Italia tout court. Al telefono, pare che il premier abbia stretto ancor più il ‘patto’ con Berlusconi (l’altro ‘patto’ è quello con la Merkel), assicurandosi il fronte sul lato di Forza Italia. Ora Renzi farà scattare il fronte interno, chiamando a raccolta il partito contro gli oppositori. La manovra è sempre la stessa, la maggioranza renziana del PD che chiede ai parlamentari sostanzialmente di chinare il capo. Una ‘mossa’ che alle prossime politiche non sarà più necessaria visto che, nella testa del premier, maggioranza interna e parlamentare coincideranno in modo martellante. D’altronde, il ‘patto’ con la Merkel (riforme in cambio di flessibilità) regge solo se regge il ‘patto’ con Berlusconi e se il PD risponde come un sol uomo al suo segretario-premier e ai ‘patti’ che stipula, senza più frenator-sabotatori a rompere le uova nel paniere.

Raccontata così dà non dà l’impressione di una manovra politica, piuttosto di una manovra di campo (‘campo’ d’altronde è un termine che sta divenendo molto renziano). Manovra di campo in senso bellico. Non c’è nulla della mediazione politica, né del vicendevole ascolto, tanto meno della trattativa in cui reciprocamente ci si legittima in vista di un obiettivo comune. No. No davvero. Il linguaggio, la fenomenologia, gli atteggiamenti, gli stili, le ‘pose’ sono quelle del generale, degli stati maggiori, degli ufficiali di complemento e dei soldatini che marciano nel fango sotto le granate. E poi ci sono i sabotatori, i disfattisti, quelli che non vogliono il bene dell’Italia. E poi, ancora, la vecchia guardia accusata di sabotaggio, la palude in cui si rischia di restare impantanati, i patti (meglio se col nemico), la rete diplomatica e le grandi alleanze, il fronte che si muove, si spacca, arretra o avanza. L’Aula come metafora della grande pianura dove gli eserciti si affrontano. La tenda dove i generali elaborano strategie. Le ripicche, le stilettate, i colpi bassi, la rottamazione, la gloria, la macchina del fango, il petto in avanti, i grandi discorsi alle truppe, la fortuna che arride agli audaci.

Questa è la grande novità renziana. Trasformare l’aspetto dialettico della politica in mera tenzone. Il dialogo politico in una rete di ‘patti’ e di accordi. Rendere l’anima della politica un’anima bellica. Pensare al bene comune come al frutto di una ‘vittoria’ bellico-mediatica. Chiamare a raccolta i fedelissimi dragoni contro gli infedeli, i congiuratori, i sobillatori, i disfattisti. Che la guerra fosse la prosecuzione della politica con altri mezzi, era noto da tempo. Ma non voleva dire che alla politica si dovesse sostituire la guerra! Al contrario. La celebre formula significa che la guerra è guerra, ma che è sempre la politica a dettare i tempi: PROSECUZIONE della politica! Churchill, insomma. Non che al sopraggiungere della guerra la politica (l’intelligenza diplomatica della politica, la sua razionalità discorsiva) debba cadere in un silenzio ostinato e assistere inerte allo scempio. Oggi pare di essere dinanzi a un tavolo dove il generale indica una mappa piena di bandierine, i fedelissimi ascoltano, e tutto il resto deve essere silenzio.

Si sa che fu il generale inverno a battere Napoleone, ossia i tempi lunghi, dilatati, le naturali fasi della politica, come un destino che batte alle porte. Si sa pure che la politica non è soltanto ‘manovra’ o ‘rapporti di forza’. E che due dei più grandi politici di questi ultimi quaranta anni (Moro e Berlinguer) erano tutto meno che coatti baldanzosi pronti a fare il grugno davanti al ‘sabotatore’ eventuale. Se tutto questo non fosse chiaro, allora è possibile che le cose si complichino e i tempi si allunghino un po’ troppo, e prima o poi cali il gelo. Diverso sarebbe se oltre all’arte dell’eloquio il premier conoscesse anche quella dell’ascolto e della temperanza. La migliore parola possibile non è quella che fuoriesce dalla bocca, ma quella che entra nell’orecchio. Soprattutto se si tratta di cambiare le basi costituzionali del Paese.


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9 luglio 2014

I filamenti e lo specchio

Se c’è una cosa che rappresenta l’essenza della politica renziana è la sua ricerca di ‘fili diretti’. Tra Capo e Popolo, ad esempio. Tra il leader di maggioranza e quello di opposizione, anche. Tra il Capo e i Media. Pure il web è interpretato come lo spazio per parlare ‘direttamente’ al popolo internettiano. Meglio se con twitter: un ‘social’ rapido, veloce, sintetico, striminzito, una specie di ‘suntino’ telematico che riduce all’essenziale parole, caratteri e analisi. E poi si fanno i selfie, che sono un modo per circoscrivere ancora di più il rapporto con gli altri: tutti chiusi in una cornice dove la mediazione è ridotta a zero. Il disprezzo per i corpi intermedi è un tassello di questa smania per i fili diretti. Quello per chi argomenta la propria opposizione è un altro tassello. Meglio parlare a braccio, inoltre, non c’è la mediazione del testo, ma c’è una rappresentazione del sé quasi istantanea. La fretta, il dinamismo, gli annunci, le scadenze sono ennesimi mattoncini di questo edificio renziano, altri pezzi che puntano a demolire tutto ciò che rassomigli, anche solo vagamente, al senso e alla pratica della mediazione oppure si confonda con gli incastri tipici della complessità del linguaggio.

Anche in politica estera il copione è lo stesso. A proposito della baruffa di questi giorni tra Italia e Germania, il nostro Paese, secondo il ministro Mogherini, "sta esercitando un peso europeo nuovo, che apre interessanti possibilità". Non contano le polemiche. L'importante è avere un "filo diretto" con Berlino. Ecco, appunto. "C'è un filo diretto tra Italia e Germania, tra me ed il ministro degli Esteri Steinmeier e tra Matteo e Angela Merkel” ha ribadito. Poco importa che il dibattito possa estendersi ad altre istituzioni italo-tedesche. Va, invece, salvaguardato il ‘filo diretto’ tra pari, lo schema a specchio: tra i due premier, tra i due ministri degli esteri, tra Padoan e Schaeuble. In fondo è uno schema logico facile facile: si parla tra eguali e ci si specchia a vicenda. In sede interna il Capo diventa il vertice di una trama comunicativa molto lineare, che diparte sempre da lui o per lui, e che scavalca tutto e tutti per giungere ancora vergine al Popolo o agli esecutori. La comunicazione è una sorta di impulso diretto che trapassa come una saetta il reale (intermedio) per colpire seccamente i referenti (finali). La rete e la complessità dei flussi sono semplicemente ignoratI, attraversatI, trivellatI dai fili diretti o dai messaggi diretti. Il concetto di leadership è portato agli estremi, quello di Popolo pure. Estremi che cancellano i medi. La complessità degli apparati di mezzo, i quali garantiscono equilibrio alle istituzioni e ai processi democratici (sottolineo: democratici), è semplicemente scansata. Diviene indifferente se non concepita come dannosa. Nel giubilo generale, ovviamente. Perché al Popolo non sembra vero che tutto si diradi e il Capo si rivolga a esso con dolce eloquio e lo lusinghi.

Quanto può durare una cosa così? Quanto può proseguire questo allegro e rischioso galleggiamento sul pelo della realtà reale, complessa per natura? Posso capire l’illusione comunicativa di una trama semplificata alla maniera scolastica, prima che ci addentri necessariamente nella molteplicità dei piani e delle strutture. Ma in politica, nel governo di una società tutt’altro che semplificabile, quanto può durare un giochino così? Davvero basta scivolare a specchio sul magma dei corpi intermedi e illudersi che, eliminandoli o ignorandoli, la nave continui ad andare? Questa smania di semplificare sembra pervadere i nuovi filosofi al governo. Ma non si stratta di una semplificazione virtuosa (che elimina le ridondanze, che asciuga i testi, che isola meglio i concetti). No. Si tratta di un semplificare che sfronda, taglia linearmente e soprattutto cambia verso allo schema linguistico, lo ribalta, riducendolo a poche linee di collegamento, pure rudimentali, e a pochi e striminziti ‘fili diretti’ (che nascondono, però, un gran ciarlare nelle segrete stanze, laddove i cittadini non occhieggiano nemmeno, altro che streaming). Non solo: il filo diretto è sempre tra eguali, o tra enti che tendono all’eguaglianza: i due premier, oppure il Capo e il SUO Popolo. Il molteplice (ossia il diverso, il differente, l’oppositore, la voce discorde, stonata) non rientra nello schema lineare. Il modello resta lo specchio (Renzi di fronte alla Merkel), che è pure simbolo di un ‘Io’ spropositato. Sovrabbondante. Generazione Narciso, insomma, altro che Telemaco.


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