|
Gli Ultimi
7 settembre 2010
Il lato oscuro del Nuovo
Si è aperta su facebook, sulle pagine di Gianluca Santilli, una discussione sul post dedicato a Matteo Renzi (“Fatece largo”). Si confrontano, com’è giusto, opinioni contrarie e anche diametralmente opposte. Tutto questo si chiama “dibattito”. Tuttavia c’è stato anche chi ha negato, in sostanza, la possibilità stessa che si potesse discutere di certi temi. E che si potesse sorridere attorno al tema della rottamazione del PD e della sua classe dirigente, e di chi (Renzi, appunto) avesse sollevato in prima persona l’educatissima questione di prendere a calci chiunque si parasse davanti alla sua competenza politica. Ora sappiamo che del “Nuovo”, l’astratta entità metafisica emanatasi in questi dolorosi anni di “primarie anche in testa a un tignoso” (come si dice a Roma), non si può ridere. Non c’è da meravigliarsi, tutte le interpretazioni fondamentaliste delle religioni negano la possibilità di una satira, di un sorriso, dello scherzo. Il motivo perché Renzi sia un intoccabile? Semplice: siamo attorniati dal “dolore sociale” (sic!) e dunque c’è poco da ridere, in particolare dinanzi a chi incarna il Nuovo. Dolore sociale? Cristiana Alicata, evidentemente, ritiene dei 50enni come me e Giorgio degli zuzzurelloni, incapaci di scorgere dinanzi a se stessi la piramide di ingiustizie e di iniquità che ci sovrasta. Ritiene, ancora, che la politica sia solo lutto, pianto rituale, animo affranto, cantilena, nenia, tristezza. Forse ha ragione: io e Giorgio siamo entrambi ricchi di famiglia (uno dei rami della famiglia faceva Rotschild) e ci occupiamo di politica persino con un certo snobismo, solo perché fa “fico” nel nostro bel salotto autoreferenziale Luigi XIV (santo cielinho). Mi permetto, tuttavia, di darle una dritta: si conceda un sorriso ogni tanto, anche se le profanano il Nuovo e le toccano uno dei sacerdoti di questo culto, fa buon sangue e aiuta nella lotta. Anche se, sono certo, Cristiana ha i suoi momenti ilarità, come no.
Il Nuovo, dicevamo. Lo sento attorno, ci appare in tutta la sua forza, ci rapisce, lo si evoca e i suoi sacerdoti spuntano come funghi. Sono intelligenti e ricercatori, colgono il dolore sociale dove l_antonio fa grasse risate da osteria. Leggono il futuro. Parlano a nome dei “giovani”, di tutti i giovani, anche quelli della Lazio. Sono pronti a rottamare anche se stessi, dopo appena tre legislature o tre riunioni di condominio. Sono integerrimi. Non sorridono (ricordate il Nome della Rosa?). Portano su di se il dolore del mondo. Leggono i sacri libri, quasi tutti in inglese. Fanno mestieri stravaganti (quasi tutti in inglese). Parlano in termini oracolari (quasi sempre in inglese, anche se di fronte hanno il pizzicarolo del mercato di Borghesiana). Sono sacerdoti, e in estasi colgono persino i segni dell’apocalisse incombente su D’Alema e sulla sua barca (“D’Alema quella barca te la buco”, sogliono dire). Evocano curiosi riti di rottamazione, di ricambio, di rigenerazione, tipo Acquarius. Cadono talvolta, per zelo eccessivo, nel lato oscuro del Nuovo, che potente inizia a scorrere dentro di loro. E allora invocano gazebo, sondaggi on line, No B day, primarie a rotta de collo e a tutta callara, nominano segretario del PD il primo che passa, santificano er poro Veltroni, iniziano a parlare un po’ naif (pobblemi, pobblematiche, situazzioni, cacciamo D’Alema, etc.) e a commentare i post con linguaggi molto espressivi e diretti, fuori dagli schemi politicisti (e che palle sta politica!). E sognano. Sognano di essere in una partito di ggggente nuova, tutto composto di giovani cosmopoliti di 40-45 anni, che fanno e disfano circoli on line, dicono cose semplici (soggetto-predicato) perché così gli altri ti capiscono anche se rischi di non dire niente, e rifondano la politica semplicemente cancellandola o rottamandola (comodo, no?). Solo che a forza di sognare, si sogna persino di avere sempre e comunque ragione. In bocca al lupo, che ce ne vuole.
PS Adesso siamo davvero in linea col nuovo sottotitolo del blog. Telefonate a Renzi.
PS2 C’è poco da ridere.
7 settembre 2010
Le cose cambiano

Un paio di anni fa, al mesto cambio di governo, decidemmo di modificare il “sottotitolo” de L_Antonio con una domanda che, pensavamo non senza qualche ironia, molti interlocutori esteri avrebbero fatto al neo-Ministro degli Esteri Frattini (“When does Mr. D’Alema come?”).
Oggi sono passati più di due anni, sono successe tante cose, siamo invecchiati (la soglia dei 50 anni è passata o è lì lì per essere passata), siamo meno scanzonati, più riflessivi, anche più preoccupati, cerchiamo di vedere le cose con più disincanto di ieri. E allora, come sempre, ci è venuta in aiuto da Torino una riflessione serena, giusta, impeccabile, che fotografa il nostro stato d’animo di combattenti disincantati. E non potevamo non utilizzarla come sottotitolo, ringraziandone l’autore con una stima ed un affetto che sappiamo essere oggi sentimenti entrambe perfettamente controcorrente.
| inviato da L_Antonio il 7/9/2010 alle 9:18 | |
6 settembre 2010
Mappe e partiture
La politica italiana sembra un paesaggio bombardato. Difficile incasellare nel modo dovuto i singoli soggetti politici: più che in crisi il paradigma destra-sinistra, sembrano disorientati, fuori luogo e appesi in cielo proprio i partiti e la classe politica. Oggi Giannini su Repubblica definisce quella di Fini “l’altra destra”, per distinguerla da quella “originale” di Berlusconi. Sempre che qualcuno se la senta di usare questa parola (“destra”) per definire il populismo mediatico e l’antipolitica del premier. Ma Fini avremmo potuto chiamarlo anche “l’altro centro”, ammettendo che un centro ancora oggi abbia cittadinanza nel nostro sistema politico. Per non dire di Rutelli, per il quale le parole destra/sinistra non contano più nulla. Diverso il caso di Casini: lui si dice di centro, ma faceva parte del centrodestra sino a pochi mesi or sono, e aveva fatto comunque una scelta di campo netta rispetto al centrosinistra. Anche le due dizioni “centrodestra” e “centrosinistra” sembrano quasi un escamotage terminologico per rispondere alla crisi “topografica” dei partiti e alla loro difficoltà a collocarsi sensatamente nel sistema di coordinate. Il PD è un caso a sé: si tratta della prima organizzazione politica che in Italia non nasce a sinistra ma nel ‘centrosinistra’, ossia in uno spazio intermedio e fluttuante. C’è anche una sinistra-sinistra, come no: ma è in tale crisi che si trova sempre costretta a trovare un punto d’appoggio nel già oscillante centrosinistra. I verdi, poi, sono disancorati per partito preso, mentre l’Idv vede al proprio interno ex PM e militanti di sinistra in una curiosa e poco appassionante congregazione.
Si fa presto a dire che è la mappa ad essere sbagliata, antica, superata. Che essa non sarebbe più in grado di fornire le giuste coordinate ai protagonisti della scena politica. Io ho invece l’impressione che questi stessi protagonisti non sappiano più leggere la bussola e fluttuino qua e là come giocatori di moscacieca. Certo, come no, servirebbero nuove coordinate e nuovi paradigmi all’altezza dei soggetti in campo. Ma il problema è che questi soggetti dovrebbero essere, a loro volta, davvero all’altezza dei tempi, e dovrebbero davvero mettere a punto una nuova (ed efficace!) topografia politica. O anche solo prefigurarla convincentemente! Ma non è affatto così. Spesso il nuovo paradigma è più sognato che reale. Un illusione teorica. Una pigrizia mentale. La verità è che oggi “destra” e “sinistra” sono come partiture che nessuno sa più suonare. Domina una certa improvvisazione, con musicisti sin troppo allegri e superficiali nell’adoperare il linguaggio politico. Sarà che il berlusconismo, il populismo e l’antipolitica ci hanno disabituato a suonare con un certo impegno sul pentagramma. Sarà che una mappa toccherà pur sempre riscriverla. Ma senza una buona ciurma e una buona nave, nessun maestro di cartografia riuscirebbe a farci ritrovare la rotta giusta. La musica è fatta anche di grandi interpretazioni. E la politica di lunghe traversate.
3 settembre 2010
Fatece largo

L’intervista concessa da Matteo Renzi a Repubblica a fine agosto forse non meriterebbe nemmeno di essere citata o ricordata. Pur tuttavia è emblematica di uno stile (se così possiamo chiamarlo). Renzi non dice nulla di concreto, nulla di nulla in termini di contenuti politici e si astiene totalmente dal produrre un’idea programmatica qualunque sia. Si limita a dire (in sintesi): fatece largo che passamo noi (“noi” nel senso del “nuovo” generato dalle primarie sempre e ovunque). “Fatece largo” è il mitico refrain di un motivo molto popolare a Roma, intitolato “La società dei magnaccioni”. Il brano canta le epiche gesta di un gruppo di giovanotti frequentanti le osterie di una volta, amanti del vino (che fa il ficozzo al gargarozzo), del pollo, dell’abbacchio e delle galline (perché so’ senza spine e non so come er baccalà), fermamente convinti (in primo luogo) della propria bellezza (semo ragazzi fatti cor pennello) e della propria inossidabile gioventù (che le ragazze famo innamorà). Per la precisione, va detto che a questi giovanotti piace “magnà e beve” ma non je “piace de lavorà”. Per questa limpida ragione, i giovanotti di cui sopra trascorrono molto tempo nella bettola chiedendo la rottamazione della propria suocera (“e se per caso la socera more, se famo du’ spaghetti amatriciani, bevevo un par de litri a mille gradi, se ‘mbriacamo e nun ce pensamo più”) e invocando l’oste di versare ancora vino nei loro boccali. A queste amare riflessioni sono forzosamente indotto, con tutto il rispetto per la musica popolare e folklorica, da certe richieste (“rottamiamo” il fior fiore dei dirigenti) e dall’esplicito e sbrigativo invito a sgomberare il campo (fatece largo, appunto). Proprio perché nelle bettole (senza offesa) non ci sono mai entrato e perché il pollo non mi piace molto (preferisco francamente il baccalà), ho maturato la convinzione che la politica sia una cosa un po’ più seria delle spericolate esternazioni del giovanotto di Firenze eletto, in fin de' conti, anche con i voti di chi non ritiene affatto che i partiti vadano rottamati e la vita politica sia ridotta a noiose e ripetute file davanti ai gazebo.
13 agosto 2010
Scherma
Insomma, oggi sono tutti fautori del governo tecnico. Ognuno ovviamente lo immagina secondo il proprio punto di vista. Ma, in generale, sono pochi quelli che vogliono le elezioni domani, anzi subito, tra un quarto d’ora, “perché così gliela facciamo vedere a Berlusconi!”. Anche Vendola (quello che diceva: “Tranquilli, ci penso io”) è sceso a più miti consigli. Dice che “se le Camere riusciranno a trovare una maggioranza per varare la riforma elettorale e magari una normativa decente sul conflitto di interessi, non potrei che brindare a questa prospettiva” (si noti: Vendola non è prosaicamente ‘d’accordo’, ma ‘brinda alla prospettiva’). Non ha aggiunto che se il governo tecnico risolvesse la crisi economica, facesse il socialismo e confiscasse i beni di Berlusconi per consegnarli al popolo, per lui sarebbe meglio, ma pazienza, va già bene così. Chissà cosa dice Tonini, quello che, quando Bersani propose un governo di transizione, chiese indignato quale organismo di partito lo avesse deciso. Immagino il dito inoppugnabilmente alzato. Evidentemente sbagliò i tempi: meno livore e un po’ di pazienza in più gli avrebbero giovato.
Forse dovremmo chiederci una cosa. Perché in poche settimane sono cambiati tanti scenari politici? Berlusca vede sfaldarsi il proprio fronte e scopre impervia la solita strada intrapresa in queste fasi di difficoltà, ossia le elezioni anticipate e la caciara mediatica. I cespugli dell’ex Ulivo sembrano divenuti più riflessivi, quasi sopraffatti dalle preoccupazioni, loro che a ogni stormir di foglia gridavano leggeri, quasi danzando: inciucio, politicismo, d’alema, etica, regime, urne! Anche la destra sembra meno certa del proprio destino e del proprio futuro, e stenta persino a fare il solito quadrato mediatico attorno al leader. Va riconosciuto che la parola d’ordine del “governo di transizione” è stata ben più che una parola. Che l’insistenza testarda sugli interessi del Paese, sulla crisi economica mai vinta, sulla necessità di uscire dalla palude vischiosa di questi anni, sulle preoccupazioni per un paese socialmente frammentato alla fine hanno pagato, producendo effetti visibili. D’altra parte, se la politica non provoca risultati, non smuove le acque, non ‘lavora’ sul fronte avversario, non ‘stuzzica’, non sceglie la mossa giusta e più calibrata ai tempi, nemmeno è giusto che si chiami “politica”, al più annuncio, comunicazione-politica, agitazione propagandistica, dilettantismo, fuffa.
Spiace dirlo, ma anche stavolta il veltronismo si è distinto per una sorta di innocuo e inefficace (anche se patinato) “scivolamento” sulla realtà delle cose. Anche stavolta si è interpretata la politica come una sorta di etica astratta, al più una petizione di principio, quasi ignorando il confronto vero, agonistico, ‘misurato’ sull’avversario, che la politica richiede realisticamente come unica alternativa possibile alle chiacchiere mediatiche. Amici e nemici, in politica, sono sulla stessa barca (l’interesse pubblico), sono “a portata di guantoni” e, perciò, bisogna saper dare di scherma e mollare sganassoni con un certo cervello, altro che. Per Veltroni e i veltronisti, invece, amici e nemici sono rinchiusi in stanze diverse, quasi si ignorano, quel che conta è solo l’annuncio al Paese, il parlare al “popolo”, la ricerca di consenso con i mezzi dell’advertising, la suggestione delle parole, la seduzione dei gesti. Viene a mancare del tutto la lotta, il rischio, l’agorà, il confronto rischioso che della politica è il sale. Viene a mancare la possibilità di scuotere l’avversario, smuovere le acque, fare anche un solo passo avanti. ‘Politicismo’ accusano in questi casi: peccato per loro che ‘politicismo’ sia solo la parola sbagliata (e anche un po’ qualunquista) per dire la carne e il sangue della politica stessa.
12 agosto 2010
Il polpo
La scadenza elettorale anticipata comincia ad apparire pericolosa un po’ a tutti. Persino al premier, per il quale le elezioni rappresenterebbero anche la soluzione migliore. Immaginate la peggiore. C’è anzi il rischio che questo clima da Basso Impero avveleni per mesi e mesi il dibattito pubblico, consumando ancora un po’ quel poco di politica che resta. La proposta di Bersani (all’incirca: governo di transizione per fare la nuova legge elettorale e tenere sotto controllo l’economia) inizialmente definita politicista, inciucista, etc., oggi appare alla maggior parte degli addetti ai lavori l’unica soluzione alternativa all’ennesimo bagno di sangue anti-politico che potrebbe inondare inopinatamente le urne. Meglio tardi che mai. Il solo Vendola, mi pare, resta pronto alla pugna anticipata con questa motivazione essenziale: “Tranquilli, ci sono io”.
Tra i commentatori spicca, invece, Michele Ainis sul Sole 24 Ore. Il suo pensiero è sintetizzato nell’occhiello dell’articolo: “cambiare il sistema di voto a ridosso delle urne è un’idea pessima”. A ridosso delle urne? Perché, si vota domani? Non sembra. Forse Ainis ha delle informazioni riservate o legge la palla di vetro. Ma né conosciamo la data del voto (e tantomeno c’è una corsa folle alle urne), né il governo di transizione dovrebbe semplicemente condurci alla scheda elettorale, né fare una nuova legge dovrebbe essere (allo stato attuale) la cosa più semplice e rapida del mondo. Il governo post-berlusconiano (perché questo è) dovrebbe in realtà semplicemente corrispondere al bisogno di attenuare gli effetti della caduta di Berlusconi sulle istituzioni e sul Paese, portandoci nei tempi giusti e non esattamente prevedibili (anche se pattuibili) alla scadenza elettorale (la politica, si sa, non è una scienza esatta). Dunque? Dunque, a sentire Ainis, è meglio tenerci la legge feudale e/o porcellum attuale, e chi s’è visto s’è visto. Poi, con comodo…
In realtà, dicevamo, l’idea del governo di transizione nasce per la ragione opposta, ossia per allontanare la data dell’eventuale voto anticipato, vista la crisi di sistema in cui affoghiamo; e l’idea di fare una nuova legge elettorale (come esito di un ampio dibattito democratico) scaturisce dalla necessità di mettere mano in via definitiva a una materia bollente. Ainis sostiene che la legge elettorale dovrebbe essere cambiata al massimo nell’anno successivo al voto, non subito prima di una scadenza. In linea teorica ha ragione. Il fatto è che non c’è in vista una scadenza anticipata: anzi, potrebbe persino non esserci. A rigore, siamo ad appena due anni dal voto precedente; inoltre, la maggioranza ha decine e decine di deputati di vantaggio e vige (almeno a chiacchiere) la stabilità. Si potrebbe, dunque, votare anche tra tre anni, perché, si diceva, non c’è affatto un termine anticipato già inscritto nelle stelle. A meno che Ainis lo conosca già, perché forse Ainis prevede il futuro come il polpo Paul, quello che indovinava i pronostici ai mondiali. Ma questo è un altro paio di maniche!
11 agosto 2010
I peperoni
“Il bipolarismo in Italia non è mai nato”. “Ho dato l’anima per costruire il partito democratico. Quindici anni. Ma ho di fronte agli occhi solo vecchi centri e vecchie sinistre. In politica occorre realismo e […] dobbiamo rassegnarci a constatare come l’esperimento proprio non funziona”. “Esiste in Italia una tradizione socialista e socialdemocratica che potrebbe tranquillamente allearsi con espressioni di cultura cattolica e liberale, mentre è assurdo illudersi di trovare una sintesi tra storie tanto diverse”. “Ciascuno vada per la sua strada e peschi voti dove può e dove sa”. “Il problema è che la politica non è fatta di buone idee, ma è fatta di buone pratiche. D’Alema docet. Aveva i suoi dubbi e ha assistito all’avverarsi dei suoi dubbi per dire poi che aveva ragione”. “Liberiamoci dall’ossessione di Berlusconi. Per vincere, impegniamoci su occupazione, giovani, scuola. Affrontiamo un serio discorso sul federalismo […]. Costruiamo insomma l’unità programmatica e lasciamo a ciascuno la sua tradizione”. E poi “diamoci una bella organizzazione di partito che rispetti la voglia di autonomia che la realtà sociale e culturale esprime”. Tutto “comunque dipende dalla sinistra o dal centrosinistra: dalla voglia di far politica” (*).
Che ne dite? All’inizio stentavo a capire quale Massimo fosse. L’idea che era meglio tirare un “trattino” invece che allestire un partito omnibus e un centrosinistra organico è storia antica. Fu l’ipotesi inizialmente scartata, quella considerata troppo “politicista”, inciucista (o dalemiana, che è sinonimo). Meglio il “nuovo”, poffarbacco, meglio la soluzione di continuità, lo stacco totale, la totale renovatio: tutti sullo stesso barcone, timonato magari da Matteo Renzi o Cristiana Alicata o Ciwati. E invece, oggi, il PD inteso come partito mediatico e come “assemblaggio” post-politico di identità, storie, tradizioni diverse, sembra davvero un amalgama mal riuscito e con scarso futuro. Forse bisognava esser più bravi, o più convinti. O forse non bisognava essere in Italia, dove il peso (la ricchezza, anzi) delle differenze è sempre stata fortissima, quasi insuperabile. Oppure bastava essere soltanto più accorti e realisti dal punto di vista pratico o pragmatico (come dice Cacciari). O, meglio, bisognava far nascere il PD in un altro modo: con meno loft, bandiere, Kansas City, leader, brand, advertising, nuova frontiera, figurine panini, krapfen, frizzi, lazzi e cotillon. E un po’ più di politica, invece. Io credo perfino che aver scelto il “novismo” come ideologia sia stato talmente deleterio da ostacolare ogni concreta ed effettiva innovazione politica.
Siccome il mondo è bello perché vario, ancora questa settimana Daria Bignardi su Vanity Fair insiste come un disco rotto: “I Nichi Vendola, i Matteo Renzi, i pochi rimasti del centrosinistra con qualche concreta possibilità di riacciuffare un partito disorientato e in crisi di comunicazione facciano bene e credano in sé, in barba a tutto”. Rieccolo il caro vecchio “novismo”, che davvero non muore mai e da sempre si ripropone, testardo e instancabile, come i peperoni. Ovviamente, noi lo stamo a’ affrontà.
(*) Massimo Cacciari, Addio coalizioni, meglio i partiti che poi si alleano. È il passato? Pazienza, l’Unità, 8 agosto 2010
Nella foto, due peperoni della Roma
10 agosto 2010
Alla ricerca della compagna Susan Boyle
Stanchi della politica? Stufi delle solite facce e del solito D’Alema? Annoiati dalle discussioni, dai dibattiti, dalle frasi e dai linguaggi troppo tecnici (tipo: “centralità del Parlamento”)? Non disperate, ecco la soluzione per voi. L’Unità, ex giornale di Antonio Gramsci, ha indetto un divertente Talent Show al quale tutti siete chiamati a intervenire con le vostre fantastiche nomination. Conoscete qualcuno che ancora capisca cosa significhi “legislatura” oppure “decreto legge”? Bene, segnalatelo agli amici dell’Unità. Meglio ancora: avete in mente qualcuno che non sappia proprio nulla, ma nulla di nulla in fatto di istituzioni e regolamenti parlamentari? Che non mastichi nemmeno l’abc della politica? Un vero membro della società civile, quelli tutta “gggente” e astratti principi (tipo: basta col politicismo! Siamo stufi! L’Italia agli italiani! Non programmi ma uomini nuovi!)? Che quasi ignori l’esistenza di Palazzo Chigi o Monte Citorio? Per il quale il bilancio pubblico è un vero mistero esoterico? Che so: un dentista, un fruttarolo, un pizzicagnolo, un capitano di industria, un “bibbitaro”, un chirurgo estetico? Meglio ancora! L’Unità è qui per proporlo alla carica di Presidente della Camera (pare che il posto si liberi presto)! O di Governatore della Banca d’Italia. Oppure, perché no, direttamente al posto di D’Alema qualunque posto lui occupi, compreso il timone dell’Ikarus oppure i fornelli dove cuoce il risotto! È ora che si avveri la profezia leniniana, appunto: una cuoca al governo di un Paese! Siamo stanchi della caste di competenti e professionisti della politica che ci circondano. Se deve essere Apocalisse, che sia! Completiamo la distruzione già avviata da Berlusconi! Commercialisti al potere, avvocati in Parlamento! Avanti!
PS Anche l_antonio ha le sue nomination: Marco Sto (anziché Marco Carta, troppo ambizioso, o Marco Passo, troppo indeciso), Guerrino il Macellaro (esperto di ”tagli ma non al bilancio), Gualtierino Scannagatti (società civile), Pasqualino Maraja (società sociale), Mirkus Straziacapelli (società a r.l.), Santo Cielinho, (società p.a.), la sora Ceciona (condominio Viale Trastevere), ing. Bellachioma (barbiere, ce l’ha segnalato una cara amica del solarium sotto casa), Peppino Fulminato (elettricista a isee zero). Così ci sentiamo finalmente in buone mani, ecchecazz…
9 agosto 2010
Elettoralismo
L’Opinione riporta brani di un’intervista a Massimo Cacciari fatta da Corradino Mineo su Rainews. Non abbiamo ascoltato le parole in viva voce del filosofo veneziano, dunque ci affidiamo a quanto riporta il giornale. Cacciari è contrario alla formazione di un “governo tecnico” (così lo chiama), perché sarebbe “un’eventualità dannosissima per il Paese”. E poi perché nascerebbe da una “crisi parlamentare”. Così che egli si appella alla responsabilità del PDL affinché ciò non avvenga. Si tratta, ovviamente, solo di un auspicio, una speranza, perché in realtà il punto è un altro: se ci fosse una “crisi parlamentare”, che si fa? Se si scioglie la maggioranza, si deve andare necessariamente alle urne? Non sarebbe questo più dannoso di un “governo tecnico”, visti, come ritiene Cacciari, “i timidi segni di ripresa e stabilizzazione”? L’ex Sindaco ritiene che sarebbe meglio portare a termine la legislatura e lavorare alla prossima, mettendo a punto alcuni tasselli futuri (il federalismo, ad esempio). Troppi “auspici” e troppi “tono augurali” per un filosofo che ci ha insegnato il senso del disincanto e il disprezzo per le utopie consolatorie e per i “buonismi” in genere.
Comunque. A Cacciari risponde indirettamente Andrea Manzella su Repubblica di sabato: “Ci sono in giro grossi (e interessati) equivoci. Che ogni crisi parlamentare [appunto!, ndr] debba avere fatalmente una soluzione elettorale”. Che ogni dissenso debba portare alle urne. “Che ogni ‘diverso’ esercizio delle funzioni parlamentari […] rientri nella retorica del ‘ribaltone’ (o del tradimento)”. Non è così, dice Manzella. Dietro a queste tesi c’è un ‘credo’ illiberale, quello della “scomparsa del Parlamento”, ossia del luogo della “rappresentanza effettiva e concreta della società nazionale”. Secondo lo studioso, il Parlamento resta sempre il “porticato” (mai del tutto autoreferenziale) tra istituzioni e società (come scrisse Hegel), perché la logica della democrazia non è quella del plebiscito e tutto non si ferma o riduce all’istantaneo ‘click’ elettorale. La società cambia e la politica va ben oltre i ‘pietrificati’ accordi di coalizione che, senza il Parlamento, restano pure petizioni di principio. Il diritto degli elettori ad avere un governo non si ferma al voto iniziale delle coalizioni, ma va oltre, perché il mandato è sempre pieno. “Allora è il meccanismo naturale della democrazia che spinge a cercare nel Parlamento le intese che e i compromessi possibili tra le rappresentanze di parti fino a ieri contrapposte”. Chiaro? E se il Parlamento fa il suo dovere, il cosiddetto ‘ribaltone’ non esiste, è un’accusa che fa torto alle prerogative stesse dell’assemblea elettiva.
Qual è la morale? Che il vuoto di politica produce una sorta di disastro culturale, da cui sarà difficile riemergere. Che il Parlamento è ritenuto una semplice camera di compensazione, un'assemblea di soci (anzi di “fedeli”), e non l’ambito dove i “rappresentanti” debbano esercitare sino in fondo la loro funzione nazionale e generale. Che viene a mancare in questo Paese un luogo dove la mediazione (e anche il confronto aspro che prelude alla decisione) abbia un effettivo campo di attivazione; un luogo autonomo, specifico, non residuale. Ci manca, detto in altri termini, la “cucina” dove la politica possa mettere in campo le proprie ricette: riaprire discussioni, avviare confronti, trovare nel dibattito aperto, trasparente, pubblico le soluzioni ritenute più idonee a risolvere le questioni. Oggi è invalsa l’idea che il “click” elettorale iniziale sia tutto, e che il resto debba essere una specie di coazione a ripetere freudiana. Nulla, in pratica. Un Parlamento con la mordacchia, insomma. E invece solo i “rappresentanti” del popolo possono interpretare i sommovimenti che scuotono l’opinione pubblica e la società, e svolgere il ruolo di ‘porticato’, ponte, “fra-mezzo” di cui diceva Hegel. Pretendere di ‘surgelare’ i giudizi, anche nel caso di crisi della maggioranza, e portarli “impacchettati” alla scadenza dei cinque anni è come mettere le brache alla nostra libertà politica. Non si può votare a ogni stormir di foglie. La politica nasce per altro, non per fare sondaggi, “contarsi” o misurare in astratto, come su un videogame, i “muscoli” di questo o quello.
5 agosto 2010
Ciwati Trismegisto
Ciwati ha detto la sua. Ecchediamine. Ha scritto sull’Unità che, se il governo cade, si deve andare con comodo da Napolitano (dopo una settimana di festeggiamenti al Parco di Monza, paga lui) per chiarire bene i termini “veri” della questione. In sostanza si deve dire al Presidente che il governo di transizione serve solo a fare una nuova legge elettorale (quale? di che genere? e con chi? moriamo dalla curiosità) e nulla più. In questo governo pro tempore, inoltre, non dovrà entrare alcun personaggio “indigeribile” (cioè di quelli che hanno governato il Paese sino ad oggi). Così che la domanda sorge spontanea: facciamo una specie di governo di minoranza? Carbonaro? Col solo parentato? Pochi ma buoni? Con Ciwati, Debora, alcuni ricercatori universitari e gli altri a fare fotocopie in corridoio? Non mi pare una soluzione molto duratura. Ovviamente, aggiunge Ciwati, “pasticci non se ne fanno” (difficile che se ne facciano: il governo è di minoranza, deve fare soltanto una legge elettorale che non si sa nemmeno quale e con chi!). Inoltre, stabilisce il futuro segretario del PD (almeno a sentire i sondaggi dell’Espresso), dobbiamo essere “pronti al voto” (non c’è dubbio: con un governo di minoranza che deve fare una legge elettorale non-si-sa-quale come minimo cadiamo un nano secondo dopo la presentazione alle Camere) e attendere “gli sviluppi”, perché le cose “potrebbero precipitare” (più di così? Ciwati prevede l’apocalisse o lo scudetto alla Lazio?). Una cosa è certa, dice ancora: si devono fare le primarie. Su queste non transige. Lo si sappia, e non dite che non aveva avvertito. E poi, nel caso nasca un governo per rifare la legge elettorale, bisogna “fare bene le cose” (quale sarebbe l’alternativa, farle male?), ben attenti alle reazioni del Berlusconi “detronizzato” da Palazzo Chigi (allora è meglio che resti al governo?). Il consiglio finale di Ciwati è quello di non dare mai Berlusconi per vinto. Voi vi chiederete: perché? La risposta è semplice: perché “porta sfortuna”. Scaramanzia, in sostanza. Una specie di tocco-ferro e “passata barchetta” per evitare conseguenze perniciose: “Aglio, Fravaglio, fattura ca nun quaglia, corna e bicorna!” (dalla mozione Ciwati-De Filippo al festival delle fattucchiere). Dopo di che il testo dell’Unità diventa talmente criptico, come certe opere ermetiche delle antiche tradizioni orfiche, che sono costretto a riportarlo rispettosamente per intero:
“Il Pd deve offrire un profilo di alternativa (in generale) e di responsabilità (nel caso ci venga chiesto dal Presidente della Repubblica), piuttosto che stare a parlare di tutti quelli che abbiamo detestato finora come alleati credibili di un governo possibile che potrebbe fare, oltre alla riforma elettorale, anche un’altra manovra (!) e un po’ di federalismo. Così, per chiarezza (sic! corsivo mio). E per dire che non è con gli eccessi di politicismo e di compiacimento governista che si esce da una situazione come questa”.
A parte il finale di scuola contro D’Alema, una specie di atto dovuto, che, se non lo fai, la Serracchiani ci rimane male, il resto che cazzarola voleva significare? Capisco lo spirito della lezione di politica della prima parte dell’intervento su l’Unità (quella che abbiamo or ora commentato). Ma quest’ultima parte dell’analisi ciwatiana è davvero troppo impegnativa. Sembra presa di sana pianta dal Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto. Con tanto di fumi attorno e alambicchi. Già vedo folle di interpreti occhialuti e con il cappello a punta piegati sulle sacre carte a studiare indefessamente gli immensi significati e l’intento più vero dell’autore. Auguri.
ciwati
hermete trismegisto
pd
l'unità
| inviato da L_Antonio il 5/8/2010 alle 16:41 | |
|